Il covo di Riina, la fuga di Binu | Le "ferite aperte" della Trattativa - Live Sicilia

Il covo di Riina, la fuga di Binu | Le “ferite aperte” della Trattativa

Totò Riina e Bernardo Provenzano

La villa di via Bernini ripulita e il mancato blitz di Mezzojuso. Cosa non convince i giudici.

STATO-MAFIA
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PALERMO – La mancata perquisizione del covo di Totò Riina e la mancata cattura di Bernardo Provenzano. La sentenza sulla trattativa Stato-mafia torna ad occuparsi delle vicende di via Bernini, a Palermo, e di Mezzojuso, considerati due tasselli del patto fra i boss e i rappresentanti delle istituzioni.

Ci si è interrogati su come la Corte di assise avrebbe superato il fatto che ci sono delle sentenze definitive che hanno mandato assolti nel primo caso Mario Mori e Sergio De Caprio e nel secondo Mori e Mauro Obinu.

Il 15 gennaio 1993 Totò Riina viene arrestato. Solo il 30 gennaio, però, i carabinieri avvertono ufficialmente i magistrati che, a qualche ora dal blitz, erano già state spente le telecamere che sorvegliavano la villa. La perquisizione avviene il 2 febbraio. Nei diciotto giorni precedenti qualcuno ebbe il tempo di ripulire l’abitazione. Mori e De Caprio, il capitano Ultimo, sono stati assolti perché “il fatto non costituisce reato”. Non è stata trovata la prova dell’elemento psicologico del rato e cioè che i due imputati avessero voluto favorire Riina o altri.

Nel giudizio di primo grado si parlava di “perplessità mai chiarite”. In appello si sottolineava la “scelta non adeguata” di non perquisire il covo. “Singolare”, invece, veniva definita “la scelta di non tenere la villa sotto osservazione e il fatto che l’avesse deciso De Caprio senza parlarne con Mori”. 

La Corte di assise, pur non volendo entrare nel merito di una sentenza passata in giudicato, parla di “grave anomalia e condotta improvvida” per definire “l’unico caso nella storia della cattura dei latitanti in cui non sia stata perquisita la casa”. Mori “non ha mai dato una spiegazione convincente” su una scelta che lasciò tutti perplessi, tanto che, e il collegio lo ricorda, l’attuale procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, allora in servizio a Palermo, la definisce una “ferita ancora sanguinante”.

In conclusione la Corte d’assise sostiene che “non può farsi a meno di saldare l’anomalia alla Trattativa. Pur in assenza di qualsiasi preventivo accordo si voleva lanciare un segnale di disponibilità al mantenimento o alla riapertura del dialogo nel senso del superamento dello scontro frontale di cosa nostra con lo Stato precedentemente culminata nelle stragi di Capaci e via D’Amelio”.

Nell’ottobre 1995 c’è un nuovo episodio che coinvolse Mori. Il confidente Luigi Ilardo, che poi sarebbe stato assassinato, fa sapere al colonnello Michele Riccio che avrebbe incontrato Binu Provenzano in un casolare a Mezzojuso, nel Palermitano. Il blitz non fu ordinato. Anche in questo caso dei processi hanno stabilito che non c’era la prova che si trattasse di “un atto deliberato per fare saltare la cattura di Provenzano”. In sostanza, nonostante le “opacità” non c’era la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, che ci fosse la volontà di fare scappare il boss corleonese.

Nelle motivazioni del processo Trattativa, i giudici danno per assodati alcuni punti: l’attendibilità di Ilardo, l’inadeguatezza del servizio predisposto da Mori e l’inspiegabile inerzia del Ros. La conclusione a cui giunge il collegio presieduto da Alfredo Montalto, giudice a latere Stefania Brambille, è che “la condotta omissiva di Mori non è incompatibile con quanto accaduto nel biennio 1992-93”, e cioè con la Trattativa.

 


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    Visto che si semtono perseguitati Mori De Caprio e company, perché non si armano di coraggio e dicono del perché della mancata perquisizione e della mancata cattura di Provenzano?

    Scusate, ma nei minuti di poco successivi all’arresto di Riina non spettava ai magistrati della Procura di Palermo, non appena ricevuta la notizia, il potere/dovere di assumere la direzione delle indagini impartendo disposizioni alla polizia giudiziaria, ossia ai militari del ROS che avevano proceduto all’arresto? Perchè, allora, quei magistrati non hanno disposto ed ordinato l’immediata perquisizione del covo di Riina presenziandovi personalmente?
    Secondo il codice di procedura penale è la Procura che dirige le indagini e la polizia giudiziaria ad eseguirle o è vero il contrario?

    VERAMENTE C’È UN ALTRO FATTO PIÙ UNICO CHE RARO CHE RAPPRESENTA UN MACIGNO A CARICO DEI MAGISTRATI DELLA PROCURA DEL DOTTOR CASELLI: IL SUICIDIO, PRESUNTO, DI UN MILITARE, NON DI UN MILITARE QUALSIASI, ALL’INTERNO DELLA CASERMA DEL COMANDO REGIONE DEI CARABINIERI DI PALERMO, PER IL QUALE I MAGISTRATI INTERVENUTI OMISERO DI DISPORRE L’AUTOPSIA DEL MARESCIALLO ANTONINO LOMBARDO, UN VERO UOMO ANTIMAFIA, COLUI CHE CON LE SUE INFORMAZIONI CONSENTÌ L’ARRESTO DI TOTÒ RIINA. PERCHÉ QUEI MAGISTRATI, CASELLI INCLUSI, NON SONO MAI ANDATI SOTTO PROCESSO PER QUESTA OMISSIONE? LO STESSO DOTTORE INGROIA, RISPONDENDO AD UN MIO QUESITO, DOCUMENTATO, HA DETTO CHE LUI, OVVIAMENTE, AVREBBE DISPOSTO L’AUTOPSIA. E ALLORA PERCHÉ FU OMESSA? PER NASCONDERE COSA?

    Nel corso del processo di primo grado per la mancata perquisizione del covo di Riina il pm di turno di quel giorno, Luigi Patronaggio, ha riferito che fu il Procuratore Caselli, al termine di una riunione che ebbe con i militari del ROS, a disporre la sospensione della perquisizione che lui , Patronaggio, poche ore dopo l’arresto, stava appunto per intraprendere con i carabinieri della Territoriale. Se fosse davvero così, a mio modesto parere, e da profano del settore, il processo ai carabinieri che rischiarono la pelle per catturare l’imprendibile ed efferato criminale Riina Totò non sarebbe mai dovuto cominciare. Non può certo dubitarsi, sulla base di quanto riferito dal teste, dott. Patronaggio, ed alla luce delle norme del codice di procedura penale, che la Procura di Palermo avesse già assunto la direzione di quelle indagini. Ergo se i carabinieri del Ros hanno sbagliato ha sbagliato anche la Procura.
    Ma questa ipotesi deve necessariamente escludersi per effetto della sentenza che ha mandato assolti sia Mori che De Caprio.
    Tutto il resto è vana dietrologia.
    Ma questo è solo il mio parere!

    Si, spettava ai magistrati l’ordine, perché in quel momento avevano assunto la direzione delle indagini ma, evidentemente, era più comodo addossare la colpa ai Carabinieri

    Basta legere gli artt. 352, 353 e 354, codice procedura penale, per capire cosa avrebbero potuto e dovuto fare gli ufficiali e gli agenti di p.g. dei Carabinieri.

    Condivido in toto le tue osservazioni e aggiungo: come mai il brillante Procuratore illo tempore ha aspettato 18 giorni per chiedere l’esito della perquisizione? Se i CC non hanno proceduto subito ci dev’essere necessariamente una motivazione concordata con l’A.G.. E’ impensabile che abbiano deciso di non procedere senza le dovute autorizzazioni…tutto il resto è fuffa. Se si è agito autonomamente, violando il codice, la Procura non doveva intervenire dopo 18 giorni; quindi, se responsabilità ci sono, devono essere condivise con l’A.G. e non scaricate interamente sul ROS

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