PALERMO – Mancava solo l’ultimo tassello per sentirsi catapultati indietro nel tempo, fino a venticinque anni fa. Allora come oggi è bagarre giudiziaria sulla trascrizione di un’intercettazione di Totò Cuffaro.
La microspia a casa del medico boss
È il 15 giugno 2001 e una microspia registra la frase: “Ragiuni avia (ragione aveva, ndr) Totò”. A pronunciarla è la moglie del capomafia di Brancaccio, e medico chirurgo, Giuseppe Guttadauro. Era la prova che le talpe all’interno della Direzione distrettuale antimafia di Palermo avessero informato il boss e l’allora presidente della Regione, Totò Cuffaro del fatto di essere finiti sotto inchiesta. Gli avvocati sostenevano che quella frase non fosse stata pronunciata. Fecero ricorso fino alla Corte europea per fare valere le proprie ragioni.
Cuffaro e la frase sui “soldi”
È andata com’è andata, con la condanna di Cuffaro per favoreggiamento aggravato alla mafia scontata in carcere. Oggi che Cuffaro è di nuovo sotto accusa i legali si sono affidati a un perito nel convincimento di potere smentire che si senta pronunciare la parola “soldi” e in ogni caso non sarebbe stata proferita dalla bocca di Cuffaro. Gli investigatori non hanno dubbi: la parola “soldi” è rimasta con chiarezza impressa nei nastri magnetici.
Il passaggio è quello in cui Cuffaro, dopo avere contattato Giovanni Tomasino, dirigente generale del Consorzio di Bonifica della Sicilia occidentale (“… ma vieni o no Gigi?”; “certo che vengo”) avrebbe chiesto al deputato regionale Carmelo Pace di consegnare il denaro all’Ars. “Lo fai venire là e gli dai i soldi”, diceva Cuffaro dopo avere chiuso la telefonata con Tomasino
I “soldi” sarebbero quelli di una tangente pagata dall’imprenditore Alessandro Vetro e destinata a Tomasino affinché lo aiutasse negli appalti. Con la benedizione di Cuffaro, naturalmente.
L’intercettazione
Tutti gli indagati smentiscono e offrono una ricostruzione alternativa. È la normale dialettica fra accusa e difesa. Certo bisognerà anche spiegare il significato di altre frasi intercettate dove la parola “soldi” è inequivocabile: “Tornando al discorso che mi hai fatto poco fa dei soldi… te li prendi questi”, diceva Vetro.
“Alessà sono assai questi perché io me li… non ho fatto nulla per meritarm… (si accavallano le voci)”, faceva notare Cuffaro. “… sì lo so… per l’amicizia… prendili”, rispondeva l’imprenditore. E Cuffaro concludeva: “… va beh dammi sti so… e grazie… per il futuro…”.
Parlavano di denaro per appalti futuri? Nella memoria difensiva dell’avvocato Giuseppe Barba, che assiste Vetro, si fa notare che l’imprenditore non si è aggiudicato commesse al Consorzio di bonifica della Sicilia occidentale. Dopo quella intercettazione partecipò a una gara, ma non fu scelto.
Le “talpe”
Cuffaro e l’intercettazione della discordia (che non è l’unica dell’inchiesta in cui sono altre contestazioni). Di punti che sovrappongono passato e presente ce ne sono altri. Anche oggi spuntano le presunte talpe in divisa che spifferano notizie riservate.
Ci sono gli incontri, oggi a casa Cuffaro e allora nel retrobottega di un negozio a Bagheria con Michele Aiello, signore delle cliniche private e mafioso, per discutere del tariffario “gonfiato” delle prestazioni sanitarie in convenzione. O per svelare (mistero mai chiarito) cosa avevano saputo dell’indagine da una talpa romana non identificata.
La sanità
Allora come oggi c’è la sanità e gli appetiti che essa genera. E c’è la rete di relazioni e potere che consentiva e consente a Cuffaro di dare le carte nella nomina dei manager. Perché è da sempre la politica a decidere chi piazzare e chi no. Il resto passa in secondo piano, a cominciare da ciò che dovrebbe essere prioritario e cioè le cure da garantire ai cittadini.
Nella logica spartitoria, cristallizzata in questa come in altre inchieste, mai una volta che un politico sia stato intercettato mentre si batte per la nomina di un manager o di un primario semplicemente perché è bravo.
Questo è mio e questo tuo, dicono. Caselle da coprire da un partito piuttosto che da un altro. Si chiama sistema di potere che è quello che oggi la Procura di Palermo ritiene di contestare come reato nel suo complesso perché sarebbe diventato un’associazione a delinquere.
Il compiacimento di Cuffaro
C’è una discontinuità con il passato, almeno così ritiene lo stesso Cuffaro. Sulla base della relazione di servizio (disconosciuta da Cuffaro) l’indagato, parlando con i carabinieri del Ros, “manifestava il suo compiacimento per le modalità con le quali erano state condotte le indagini in quanto minuziose e scevre da condizionamenti politici, cosa che, a suo avviso, non era avvenuta nella vicenda giudiziaria che lo aveva condotto in carcere anni addietro”. Allora come oggi, seppure con ruolo diversi, c’è lo stesso magistrato a indagare: Maurizio de Lucia, che 25 anni dopo non è più sostituto procuratore ma capo dei pm di Palermo.

