Dai boss alla lotta alla dispersione scolastica, ecco il metodo Di Bella

Dai boss alle devianze giovanili, ecco il metodo Di Bella

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A colloquio con il Presidente del Tribunale dei minori: "Intaccheremo il Reddito di cittadinanza a chi non manda i figli a scuola".

CATANIA. E’ a Catania dal settembre del 2020, dopo un’esperienza ultraventennale a Reggio Calabria. Roberto Di Bella, magistrato e presidente del Tribunale per i minorenni, la sua impronta l’ha lasciata subito.
Un lavoro complesso ma condiviso con istituzioni e volontariato; con forze dell’ordine e famiglie. 

Cambiare forma e metodo, nonostante tutto. Provarci. Perché una questione rovente come quella dei minorenni che abbandonano la scuola per essere reclutati dalla malavita organizzata, va affrontata con assoluta determinazione.
Nessun alibi. Semmai la consapevolezza di non doversi arrendere dinanzi a questioni secolari, scacciando via le giustificazioni di chi si arrende, di chi allarga le braccia, di chi osserva con distacco lasciandosi andare ad un “Che ci possiamo fare”.
Eccola, allora, la sostanza del “metodo Di Bella”.

Dottor Di Bella, i minori a rischio restano un fardello pesante per questa città e questa provincia. Su cosa avete puntato? 

Dialoghiamo con il territorio. Con le scuole, con le associazioni di volontariato: una rete che ci sta permettendo di raggiungere risultati notevoli.
Assieme a carabinieri, polizia, finanza ed al Procuratore Zuccaro che ci consente di intervenire contestualmente anche a tutela dei minori delle famiglie della criminalità organizzata catanese, abbiamo avviato un lavoro che sta già dando i propri frutti.

Allude al protocollo “Liberi di scegliere”?
Anche. “Liberi di scegliere” è un progetto che lanciai a Reggio Calabria. Interveniamo concretamente a tutela dei minori, li aiutiamo ad evitare un destino di sofferenza o comunque a fornirgli la possibilità di una vita migliore.

L’allontanamento delle famiglie o dalle famiglie, quali risultati ha prodotto?
L’esperienza maturata in Calabria ha detto chiaramente che si è trattato di un Piano che ha prodotto risultati enormi. Andare via, seppur momentaneamente, non è certo facile.
Ma abbiamo creato assieme alla Dia, alla Cei, all’associazione Libera e ben cinque Ministeri, una rete importante: a Catania ci stiamo muovendo in modo esemplare”.

Nella sua esperienza a Reggio Calabria, l’allontanamento dal quartiere dei figli dei boss ha ottenuto grandi riscontri: a Catania c’è stato qualche caso analogo?
Sì, ad esempio quello di due donne con figli. Ci hanno chiesto di poter andare via. E sono provvedimenti che abbiamo adottato grazie anche alla grande collaborazione con il Procuratore Zuccaro.

C’è anche un boss al 41bis che ha chiesto l’allontanamento del proprio figlio.
Dopo anni di ostracismo, tante volte anche nei miei confronti, diversi detenuti al 41 bis mi hanno scritto chiedendomi di potere prevedere una vita migliore per i loro figli. Si tratta di persone che hanno sbagliato, che si sono macchiati di crimini orrendi ma che oggi vogliono cambiare rotta ed in alcuni casi sono diventati anche collaboratori di giustizia.
E’ accaduto anche a Catania.
E sono persone che stanno trovando nel Tribunale per minorenni un alleato importante: e questo è un aspetto dirompente dal punto di vista culturale.

Come mai secondo lei?
Il carcere, al 41 bis, diventa qualcosa di pesante e, allora, vedono nei loro figli la possibilità di riscatto. L’amore per i figli diventa una chiave di volta importante ed avere l’appoggio anche delle mamme è un elemento che racconta la voglia di potere ricominciare.
Le porte del Tribunale per minorenni sono sempre aperte.

Che tipo di dialogo ha instaurato con chi sta dietro le sbarre?
Io ripeto sempre: avete sbagliato e siete rinchiusi in carcere e state soffrendo. Risparmiate ai vostri figli la stessa sofferenza. E a Catania più persone hanno scritto chiedendo aiuto.
E’ certo che va fatto molto di più ma quello che sta accadendo ci dice che siamo sulla buona strada.

C’è un aspetto sul quale lei insiste molto. Ed è quello della dispersione scolastica.
A Catania e provincia ci sono percentuali di dispersione scolastica del 22%. Questo significa che ci sono migliaia di bambini e ragazzi tra i 6 ed i 16 anni che eludono l’obbligo scolastico e formativo.

E che fine fanno? 
Nella migliore delle ipotesi, alimentano il mercato del lavoro nero. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, finiscono in strada assoldati e sfruttate dalle organizzazioni criminali del territori impiegati come pusher e vedette. Un fatto che a Catania è stato sottovalutato per decenni”.

Un elemento preoccupante. Come si interviene?
Si tratta di una bomba sociale che bisogna disinnescare. Il progresso della città dipende anche da questo: ed in una Catania divisa tra ghetto e borghesia, i problemi del ghetto devono essere i problemi di tutti. 
Ecco perchè abbiamo creato un Osservatorio in Prefettura. La sensibilità del Prefetto Maria Carmela Librizzi, assieme alla Direzione scolastica provinciale, al Comune di Catania, alle Diocesi del territorio, alle Forze dell’Ordine, alla Procura, ha permesso di mappare i quartieri analizzando le criticità e le linee di sviluppo.
Abbiamo elaborato una bozza di protocollo con la direzione regionale dell’Inps col la quale intaccheremo il Reddito di cittadinanza a quei titolari del Reddito che non mandano i figli a scuola.

Funzionerà?
Si tratta di uno strumento certamente persuasivo. Per noi, riportare i ragazzi a scuola è un aspetto fondamentale così come è importante parlare di mafia nelle scuole e fare capire che in carcere si soffre.

Quelle da lei riportate sono certamente percentuali altissime.
La dispersione scolastica è il sintomo primario della povertà educativa. La maggior parte dei minorenni che finiscono nelle maglie della giustizia, non vanno a scuola. Devo dire che abbiamo avviato una proficua collaborazione con il sindaco ed il Comune di Catania per rafforzare l’aspetto degli assistenti sociali e si tratterebbe di un passo in avanti importante; così come con la direzione generale dell’Asp per creare delle equipe multidisciplinare.

Un intervento quartiere per quartiere
Serve anche una regia con le associazioni di volontariato che sono molto attive. Da Libera alle altre associazioni che operano a San Giovanni Galermo, San Cristoforo, Librino, Picanello.
I ragazzi vanno sottratti dalle strade delle zone a rischio ed il tempo pieno a scuola potrebbe essere fondamentale. Mi piacerebbe che le scuole catanesi possano diventare degli hub culturale dove formarsi e fare sport: il tempo pieno al nord è una prassi, da noi è un’eccezione.
Per questo, sostengo che occorre maggiore responsabilità su questo argomento. Oggi stiamo ponendo le basi, mi auguro che da qui in poi non ci si fermi più.

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