Papa Francesco e il rapporto con la Sicilia: l'anniversario

Papa Francesco e la Sicilia: cosa ci ha lasciato in eredità

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L'anniversario della morte

Nel giorno in cui la Chiesa e il mondo ricordano Papa Francesco nell’anniversario della sua morte, ciò che emerge non è soltanto il ricordo di un pontificato, ma la percezione di un’eredità viva. Francesco ha attraversato il nostro tempo con la forza mite del Vangelo, restituendo alla Chiesa il coraggio dell’essenziale e al mondo la possibilità di un dialogo che non teme le fratture della storia.

Tra i luoghi che più hanno segnato il suo ministero, Lampedusa rimane probabilmente il simbolo più alto. Non fu un viaggio protocollare, ma un atto fondativo. Francesco scelse quell’isola come si sceglie una ferita aperta: per guardarla, per toccarla, per non permettere che venisse rimossa. Davanti al Mediterraneo trasformato in confine di morte, diede corpo a ciò che avrebbe scritto qualche mese dopo nell’ Evangelii gaudium: «Davanti alla sofferenza non si può restare indifferenti».

La Sicilia lo accolse come si accoglie un padre che conosce il dolore dei figli e lui, in quella terra di luce e contraddizioni, riconobbe un popolo che non ha mai smesso di credere nella dignità dell’uomo.

Bergoglio ha incarnato un modo nuovo di essere pontefice: non dall’alto, ma in mezzo; non come maestro distante, ma come compagno di cammino. Mons. Dario Edoardo Viganò, che ne ha seguito da vicino il magistero comunicativo, ha scritto che “Francesco non ha mai parlato da un pulpito, ma con il mondo”.

Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha ricordato come Francesco abbia “ridato voce ai popoli, non solo ai poteri”, riportando al centro della scena internazionale la forza disarmata del Vangelo.

Proprio questo spirito ha caratterizzato il lavoro e i viaggi di Papa Francesco.

Tra le intuizioni più profonde del suo pontificato, c’è stata la convinzione che il futuro della Chiesa e del mondo passi attraverso i giovani e attraverso l’Africa. Francesco ha creduto nei giovani come energia morale, come riserva di speranza, come voce capace di rompere l’abitudine all’ingiustizia.

Ha guardato all’Africa non come a un continente da assistere, ma come a un continente da ascoltare. Le sue visite, i suoi discorsi, i suoi incontri con i giovani africani hanno mostrato una Chiesa che non teme la vitalità, la creatività, la fede gioiosa di quei popoli.

In questo orizzonte si colloca anche la beatificazione del giovane congolese Floribert Bwana Chui, martire dell’onestà e della giustizia, che rifiutò la corruzione a costo della vita. Francesco vide in lui un segno profetico: la testimonianza di una generazione africana che non si arrende al male, che crede nella dignità, che sceglie la verità.

La testimonianza di Floribert e la speranza rappresentata dai giovani in Africa continua ad essere apprezzata e valorizzata – in piena continuità – anche da papa Leone XIV che proprio ieri, durante la celebrazione al Japoma Stadium di Douala, ha detto: “Diventate la buona notizia per il vostro Paese, come lo è il beato Floribert per il popolo congolese”.

La pace è stata la trama nascosta del pontificato di Bergoglio. Una pace mai ridotta a slogan, ma intesa come lavoro quotidiano, come diplomazia della misericordia, come costruzione paziente di ponti. Ero presente quando Bergoglio visito Comunità di Sant’Egidio il 15 giugno del 2014 dove, nella bella basilica di Santa Maria in Trastevere, tra poveri, anziani, rifugiati, disse: “Voi siete una fabbrica di pace”.

In quelle parole c’era la sua visione del mondo: la pace nasce dal basso, dalle periferie, dai gesti quotidiani di cura.

Oggi, con Papa Prevost, la Chiesa vive un tempo nuovo, ma non un tempo di rottura. La sua scelta di porre la pace al centro del pontificato è un segno eloquente: non si tratta di imitare Francesco, ma di raccoglierne l’eredità viva.

In uno dei suoi primi interventi ha affermato: «La pace non è un capitolo del passato: è il compito che Francesco ci consegna per il presente».

Le sue parole ferme sulla pace di questi ultimi giorni così come la decisione di recarsi il prossiml 4 ottobre a Lampedusa sono gesti che parlano da soli.

Nel ricordare Papa Francesco, non celebriamo un passato che si chiude, ma un’eredità che continua. La sua voce mite e forte, semplice e profonda, continua a orientare il cammino della Chiesa e dell’umanità.

Nel passo di Papa Prevost verso Lampedusa, nell’attenzione ai giovani, nell’abbraccio all’Africa, nella memoria di Floribert Bwana Chui, riconosciamo la continuità di un impegno: la pace come vocazione, il dialogo come metodo, la fraternità come destino.

La storia non si ferma quando un uomo muore, si ferma quando smettiamo di credere che un mondo diverso sia possibile.

Oggi, grazie anche al nuovo Papa e alla memoria di Francesco, quella speranza continua a camminare.

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