Dalla finta malattia alla morte: Capizzi, il boss che voleva fare il capo dei capi

Dalla finta malattia alla morte: Capizzi, il boss che voleva fare il capo dei capi

Condannato anche per la morte del piccolo Di Matteo

PALERMO – Al civico 6 E di via Valenza, nel cuore della borgata palermitana di Villagrazia, c’è una villa su tre elevazioni. Per anni vi ha vissuto Benedetto Capizzi, il boss morto mentre scontava l’ergastolo. C’era tornato a vivere qualche anno fa quando era riuscito a prendersi gioco dello Stato. Si era finto malato. E così faceva l’ergastolano agli arresti domiciliari. La villa è ormai in confisca. Fa parte di un patrimonio il cui valore è stimato in cinque milioni di euro.

La condanna all’ergastolo del boss Capizzi

Il carcere a vita gli era stato inflitto, assieme al boss di Altofonte Mimmo Raccuglia, per l’omicidio di un autotrasportatore del paese in provincia di Palermo. A febbraio 2008, dieci mesi prima che lo arrestassero di nuovo nel blitz Perseo, dalla sua residenza, e da malato immaginario, dirigeva la riorganizzazione della Cosa Nostra palermitana.

Quel tentativo di rimettere in piedi la cupola

Capizzi si era messo in testa di convocare la commissione provinciale che non si riuniva più dall’arresto di Totò Riina. Ci sarebbero riusciti, seppure con numeri ridotti, altri boss ma solo un decennio dopo, nel 2018. Capizzi voleva essere il nuovo capo dei capi. Aveva trovato sponda nei boss della provincia, ma era pure entrato in contrasto con il clan palermitano di Porta Nuova. Al figlio Sandro suggeriva la strategia: “Se qualcuno vuole alzare la ‘cricchia’ se la cali perché ci lascia la pelle, chiaro?… pugno duro, hai capito? Pugno duro con tutti”. L’obiettivo era creare una sorta di direttorio: “…all’ultimo ci sediamo e cerchiamo di fare una specie di commissione all’antica… cinque, sei, otto cristiani come si faceva una volta e quindi la responsabilità se dobbiamo fare una cosa ce l’assumiamo tutti”.

Il blitz che interruppe i piani di Capizzi

I suoi piani saltarono con il blitz Perseo e Capizzi tornò in cella dove stava scontando non solo la condanna all’ergastolo per l’omicidio dell’autotrasportatore, ma pure trent’anni per uno dei delitti piè efferati nella storia di Cosa nostra, l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Il figlio del pentito Santino, rapito nel ’93, quando aveva 12 anni, venne assassinato dopo due anni di prigionia. Capizzi, assieme a Brusca e a Michele Traina, consegnò il bambino in mano ai carcerieri agrigentini che lo tennero segregato per sette mesi, prima di riconsegnarlo ai palermitani che lo trasferirono a Gangi, poi a Campobello di Mazara e infine a San Giuseppe Jato dove fu strangolato e sciolto nell’acido da Giovanni Brusca.


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