E poi non rimase nessuno |La solitudine di Crocetta

E poi non rimase nessuno |La solitudine di Crocetta

E poi non rimase nessuno |La solitudine di Crocetta
Decidi tu come informarti
su Google.
Aggiungi LiveSicilia
alle tue Fonti preferite:
quando cercherai
una notizia, ci troverai
più facilmente.
AGGIUNGI

Così, pezzo dopo pezzo, il treno del governatore ha perso i suoi vagoni, accompagnandolo a una progressiva e desolata solitudine

PALERMO – Il copione ricalca quello di un grande classico del giallo, il sempreverde “Dieci piccoli indiani” della irraggiungibile Agatha Christie. Anche se la sintesi ideale della storia è meglio rappresentata dal titolo alternativo del celebre romanzo della Regina del delitto: “…E poi non rimase nessuno”. La storia dei due anni e mezzo della Regione targata Rosario Crocetta richiama alla memoria quell’inquietante titolo. Perché malgrado all’Ars una folla di cambiapartito abbia affollato i ranghi della maggioranza, la solitudine del governatore si è fatta progressivamente sempre più palpabile. Con l’uscita di scena, il ridimensionamento, o addirittura la rottura traumatica con una lunga serie di compagni di viaggio. Spariti dalla scena uno dopo l’altro, come nel classico della Christie. E poi non rimase nessuno. O quasi.

L’avventura crocettiana prese le mosse da un movimento dal basso, che in breve assunse le connotazioni di partit(in)o del Presidente. Si chiamò Megafono e per un po’ tenne banco nel dibattito politico per i suoi rapporti controversi con il Pd. La sua lista servì a portare all’Ars qualche deputato fedelissimo e soprattutto per far tornare in Senato, in deroga alle regole del Pd, l’alter ego di Crocetta, Beppe Lumia. Cosa è rimasto di quel progetto politico? A occhio nudo si vede ben poco oggi. Il gruppo parlamentare è ridotto all’osso, il movimento ha annunciato l’ingresso nel Pd, sui media la parola Megafono è progressivamente scomparsa. Fuori uno.

C’erano poi i partiti che avevano sostenuto (o meglio che si erano rassegnati a sostenere) la sua candidatura. I primi furono i centristi dell’Udc (dopo settimane di battute al vetriolo tra D’Alia e Crocetta). Il rapporto tra il partito di Casini e il governatore è stato a dir poco travagliato, i centristi si muovono ai margini della maggioranza, anche alle prese con le questioni irrisolte sulla loro collocazione futura a livello nazionale. Poi ci fu il Pd, che fino all’ultimo cercò di trovare qualcun altro, chiunque altro (pare anche Pippo Baudo, e non è una boutade) al suo posto. I democratici (o almeno alcune loro parti) hanno rappresentato per un bel pezzo di strada della legislatura il primo partito d’opposizione al governatore. Oggi, sulla base di un accordo di potere passato da Roma, tutte le correnti hanno avuto accesso ad assessorati e gabinetti piazzando in giunta esponenti di spessore più consistente rispetto ai predecessori. Ma con Crocetta il matrimonio d’interesse non si è mai trasformato in amore. E duelli e schermaglie con la corrente nemica di turno (per ora tocca ai renziani) non sono mai mancati a guastare il cammino già accidentato delle istituzioni regionali.

Nacquero poi gruppi e gruppuscoli formati anche e soprattutto grazie all’arrivo di rinforzi d’Aula, deputati eletti all’opposizione e folgorati sulla via della rivoluzione. Stanno ancora lì, ma da quel dì sembrano aver virato nella corsa al santo protettore, con un occhio a Crocetta e un altro, più attento e devoto, a Renzi e al suo colonnello palermitano. Ché si sa, da sempre e dappertutto i gruppi del Presidente traboccano di fedelissimi. Al Presidente, chiunque egli sia.

Insomma, in un modo o in un altro i partiti hanno lasciato più solo il governatore. I grillini nei primi mesi gli avevano concesso un credito, collaborando su singoli punti. Si era parlato di “modello Sicilia”. Tutto finì molto presto e le distanze con i 5 Stelle su una serie di temi, dal Muos al gran pasticcio delle trivelle, si sono fatte siderali. Si cercò qualche forma di dialogo anche con le opposizioni di centrodestra, peggio che andar di notte.

Lontane dal governo le parti sociali. Le associazioni di categoria, praticamente tutte, hanno espresso più di una critica alla mancanza di idee di sviluppo, contestando misure come il prosciugamento dei fondi Crias. Anche il feeling con Confindustria, che dall’inizio ha espresso un assessore in giunta, ha vissuto di alti e bassi (le critiche degli industriali non sono mancate), e oggi, dopo le notizie sull’inchiesta per mafia che coinvolge il suo presidente, la lobby degli industriali vive un momento delicato che ha esposto la giunta a ulteriori grattacapi. Con i sindacati l’intesa non è praticamente mai sbocciata. La Cisl con Bernava si era mossa quasi da forza d’opposizione, il rapporto con la Cgil è stato pieno di tensioni e rotture, la Uil era sembrata più paziente ma ormai da un pezzo è su posizioni molto critiche, tanto da aver scioperato con la Cgil contro le norme sul personale regionale. Dolori anche quando si parla dei Comuni. L’ex sindaco Crocetta è ormai ai materassi con l’Anci e la temperatura dello scontro con gli ex colleghi è destinata probabilmente ad aumentare nelle prossime settimane.

Insomma, Crocetta è rimasto solo. Con il suo cerchio magico e la sua antimafia. Tanto sfortunato da incappare in pieno nel cortocircuito di quest’ultima, che dopo anni di retorica e rendite e carriere costruite sulla medesima, vive la sua stagione più difficile, con faide interne, scivoloni e accuse d’impostura. Quel che è certo è che gli schemi dialettici dell’antimafia professionista, quelli che bollavano per mafiosa la critica anche legittima rivolta al potente antimafioso, sono ormai talmente logori e consunti da non funzionare più. All’antimafia il governatore aveva attinto anche per formare la sua squadra di governo. Con il magistrato Nicolò Marino è finita male, un divorzio tra polemiche e veleni maturato sul campo minato dell’antidiluviano e inquietante sistema siciliano dei rifiuti. Con Lucia Borsellino è andata quasi peggio, per come l’immagine pulita della ex burocrate che si volle far politica s’è logorata tra scandali e inciampi. E anche nel sottogoverno gli innesti antimafiosi doc fin qui non sono stati troppo fortunati, basti pensare alla vicenda di Antonio Ingroia.

E poi non rimase nessuno. Persino Michela Stancheris, la segretaria che divenne assessore, ha sbattuto la porta. L’altra Saro’s Angel, Nelli Scilabra è rimasta, ma nelle retrovie. E volutamente ben lontana da riflettori e trincee. Pure la tv, quella che all’inizio ammiccava alle grida rivoluzionarie del governatore, persino quella pian piano ha derubricato il fenomeno Crocetta da protagonista a caratterista, utile quando si vuol imbastire nel talk show di turno qualche bel processino mediatico alla Sicilia e ai suoi stereotipi.

Rimangono i soliti noti, i pochi pilastri, quelli del cerchio ormai cerchietto magico. E rimane l’Ars, sonnacchiosa, poco produttiva, e disperatamente aggrappata ai suoi novanta redditizi scranni.

L’ultima carta, l’ultima speranza era passata da Roma. Nella ricerca complicata della sponsorizzazione del governo Renzi. Solo da lì passa la via stretta per evitare il definitivo capitombolo finanziario della Regione. La trattativa resta aperta, ma i giochini di scaricabarile ai danni dell’assessore all’Economia voluto da Delrio non fanno sperare troppo bene. Quello di Palazzo Chigi potrebbe essere l’ultimo vagoncino a staccarsi dal treno del governatore. Ma stavolta si tratterebbe dello stop di quella che è ormai la locomotiva. E della fine della corsa.

 


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI