Eleonora Bordonaro: |"La mia voce torna a casa" - Live Sicilia

Eleonora Bordonaro: |”La mia voce torna a casa”

La Cartiera ospiterá il 25 e il 26 gennaio Eleonora Bordonaro e il Majaria trio, impegnati ne "La custodia del fuoco", un progetto musicale interamente in dialetto siciliano che ripercorre gli stilemi della musica popolare diventando il linguaggio del mondo ed il custode di tradizioni passate ma sempre attuali e condivise.

Brass jazz club Catania
di
8 min di lettura
Eleonora Bordonaro e Majaria Trio

Eleonora Bordonaro e Majaria Trio

CATANIA – Eleonora Bordonaro. Un nome ed un cognome. Un curriculum di tutto rispetto. Ed un cd, nuovo di zecca, da presentare alla Brass Jazz Club, “La cartiera” di Catania il 25 e 26 gennaio. Digito il suo numero di telefono per intervistarla ed agisco meccanicamente, infreddolita e cupa ma soprattutto ignara del mondo che si sarebbe aperto dinnanzi a me. Ha risposto. Ha una voce calda, caldissima. Piena e ricca di sfumature. Sin dalla prima parola che pronuncia capisco che non sarà “un’intervista qualsiasi”. Inizia a far vibrare le corde attraverso le sue risposte, fatte di silenzi, di descrizioni precise, di pennellate colorate che danno forma e contorno all’artista. E non poteva essere diversamente, dico sorridente a me stessa: Eleonora è leone. Ascendente gemelli, puntualizza. Mezza parola.

Le chiedo subito a proposito dell’inizio della collaborazione con Primiano Di Biase, pianoforte e fisarmonica, Lucrezio de Seta, batteria e percussioni Alessandro Patti, contrabbasso e basso elettrico.

“Ci siamo conosciuti alcuni anni fa – risponde prontamente – e li stimavo sia come singoli musicisti che come trio per il suono che insieme emettono, compatto e melodico, moderno e sempre dolce. Sono poco interessata a sentire la musica strumentale se non c’ è una voce a cui fare riferimento. Ed in quel caso ho sentito un calore. Ero alla ricerca di una soluzione calda su cui appoggiarmi e l’ho trovata in loro. Ricordo che ogni martedì provavo in studio le melodie alla tonalità che preferivo. Primiano, Lucrezio e Alessandro le arrangiavano di getto, istintivamente in modo molto naturale; mancava il preconcetto, ecco perché il risultato risultava essere fresco”.

 Chi ascolta il concept cd Majaria trio, cos’è che può trovare?

“Ci sono due scuole di pensiero: i non siciliani ci trovano la Sicilia perché c’è il colore, l’ironia, il calore della mia voce, la rabbia ma anche la dolcezza dell’abbandono nella preghiera. Insomma, trovano storie che parlano di Sicilia, di emigrazione, di pregiudizi maschilisti, di struggimenti amorosi, di astuzia e prepotenza nel voler convincere una donna a concedersi. Chi invece è siciliano non trova la Sicilia perché i testi che ho scritto e sui quali ho lavorato non ritengo parlino di Sicilia ma sono l’espressione di una condizione umana priva di limiti spaziali, che viene dall’esperienza di chi nasce in Sicilia ma vive fuori. Il fatto che ci sia la trinacria nella copertina del cd non è significativo e se non ci fosse stata sarebbe stato uguale”.

Tra i brani del cd ce n’è uno in cui si riconosce, che rappresenta un preciso stato d’animo, che preferisce?

“Chi mi conosce sa che sono portata a comunicare verso l’esterno sempre in modo molto espressivo ma in fondo i brani nei quali mi riconosco sono intimisti. “Maria di li grazie”, una preghiera, un rosario tradizionale ri-arrangiato solo con la voce. Il brano è composto delle parole della religione cattolica ma in fondo credo sia un’aspirazione che abbiamo tutti. Io non sono credente ma ogni volta che canto canzoni religiose è come se si aprisse un desiderio di infinito. C’è poi un altro brano in cui ritrovo la mia parte di voce anche grazie all’arrangiamento che considero perfetto perché scarno, essenziale, icastico e regala un’atmosfera unica; si tratta di “Lu focu di la paglia” che segna un modo di lavorare con il trio. Mi spiego meglio: questo brano è un punto di arrivo del cd ma al tempo stesso un punto di partenza per tutto il resto: sono alla ricerca dell’essenzialità per rappresentare un’atmosfera intima e raccolta e credo che loro con il sapiente uso dei mezzi della musica lo sappiano fare”.

Quando tutto questo ebbe inizio? Cioè, come ti sei approcciata ad un genere musicale, i canti popolari, ricercato e di nicchia?

“Nasco nel rock e nel blues, cantando Aretha Franklin e i brani di Skunk Anansie. Poi mi sono avvicinata al jazz… per caso, è stato un incontro fortuito. In particolar modo ho apprezzato la bossa nova e la musica latino – americana. Ho sempre pensato che non mi interessasse la musica etnica e quella popolare, anzi credevo erroneamente che questo genere fosse l’espressione di cantautori stonati, bruttini ed abbastanza sfigati, preoccupati solo di affrontare problemi sociali. Ed io invece volevo trasmettere sentimento, passione, divertimento”.

E poi cos’è successo?

“Anni fa ho conosciuto Ambrogio Sparagna che mi ha invitata a cantare nella sua orchestra instradandomi verso un genere antico ma che continua a vivere. Allora ho iniziato a cantare in dialetto siciliano e ho scoperto che la mia voce fosse <giusta>. Già. Io sono siciliana ed è chiaro che pronunci la mia lingua senza esitazione, con naturalezza. La mia voce è tornata a casa, mi dissi. Da qui la “La custodia del fuoco”, una raccolta di brani che raccontano storie che vivono ancora, che vengono da passato (ricordo che Rosa Balistreri li cantava negli anni 70) ma sono attuali. La paura di restare sole, per esempio, non è cambiata. Sono mutate solo le forme. Per questo motivo i temi che trattiamo vanno custoditi, protetti non messi in una teca ma vissuti ed aiutati a sopravvivere”.

A proposito dell’idea di far rivivere una seconda giovinezza a temi <antichi>, voi avete utilizzato una espressione che è “Omaggiare la tradizione non è chinare il capo al passato”. Cosa vuol dire, più precisamente?

“Vuol dire non alimentare gli stereotipi che sono la prima cosa che salta alla mente ogni qual volta si parla di Sicilia. Noi abbiamo scelto una materia che è antica ma l’abbiamo trasformata attraverso una voce moderna, con una consapevolezza nuova”.

Visti i vostri curricula, siete l’ennesima dimostrazione che la Sicilia è una fucina di talenti, un forno a pietra che sforna successi uno dietro l’altro nei più svariati ambiti artistici. Peccato, però, che poi non ci siano le condizioni per riscuotere in questa terra il giusto riconoscimento. Ti sei chiesta perché?

“Me lo sono chiesta tante volte. Mi sono laureata in legge a Catania portando avanti la passione per il canto che non ho mai immaginato potesse dar vita al mio mestiere perché in Sicilia non può esserlo. Finiti gli studi il mio malessere si mostrò con evidenza: ero laureata ma non ero felice e pensavo che la mia vita sarebbe stata molto triste. Mi trasferisco a Milano, è tempo di master.

Da Catania a Milano per un volo di sola andata?

“Beh, si. Ricordo che sono arrivata con una energia spaventosa che ha travolto chi mi ha incontrato. Era come se avessi tante cose arretrate da fare. Ed avevo fretta di farle. Per chi viveva a Milano, tante cose erano normali, come incontrare i filosofi, partecipare a lezioni di metafisica. Li ho trovati “addormentati” rispetto a me, un po’ “selvaggia”. Sono arrivata con la rincorsa, mi piace dire. Oggi vivo a Roma e sto bene ma mi capita di dire <Peccato>. Peccato, perché è una condizione di vita comunque forzata. Io lavoro con l’orchestra dell’auditorium del Parco della Musica e ogni tanto torno a Catania dopo anni di silenzio, di distacco pratico”.

Che rapporto vivi con la tua città?

“Ho vissuto momenti di grandi scoperte, in cui volevo conoscere luoghi e persone. Poi la mia vita musicale si è chiarita e sedimentata. Ogni volta che rientro qui è l’occasione per riscoprire che le mie tradizioni sono solide in questo posto. Quando canto “Maria di li grazi” è come se bruciassi dentro e si rinsalda il legame con questa terra, con queste tradizioni. E vivo un’emozione mista, a metà strada tra il sentirmi rassicurata e impaurita”.

Cosa pensi ogni volta che sei sul palco?

“E’incredibile. Provo un’emozione intensa e penso che quella potrebbe essere l’ultima volta. Per questo motivo mi esprimo dando tutta me stessa senza esitazioni, riserve e senza seconde occasioni”.

Quando ė a Roma cosa le manca?

“Prendere il caffè con mia mamma”. E ride di gusto.

Immagini di dover dare un colore alla sua vita, un po’ come è stato per Picasso. Qual è il colore che caratterizza questo suo momento dal punto di vista professionale?

“Mmm. E’interessante. Allora, dal punto di vista della mia emotività, del mio sviluppo come essere umano sento un colore caldo, potrebbe essere rosso perché sono accesa e ho un desiderio di fare. Dal punto di vista musicale immagino un colore più elegante, non nel senso di prezioso. Penso all’argento, un colore che mi permette di eliminare il superfluo concentrandomi solo su ciò che ritengo essenziale”.

Un’ultima domanda, prima di restituirla al torpore mattutino: chi è Eleonora Bordonaro?

“OOO Madonna”. Silenzio. “Una persona in buona fede, si. Non calcolatrice. Onesta e si capisce dalla mia faccia che cambia mille volte”.

Io non ho avuto ancora il piacere di incontrarla ma ho ascoltato con attenzione la sua voce nelle tante sfaccettature, nei percorsi di sensualità e nelle espressioni dette in tono confidenziale, quasi ci conoscessimo già. “Secondo me ci potremmo dare del tu” – mi dice a fine intervista. E in fondo penso che dovevamo farlo prima. Adesso non mi resta che attendere il 25 gennaio, quando potrò godermi lo spettacolo guardandola dritta negli occhi per scrutare la sua mimica, ricordando quanto ci siamo dette al telefono.

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