"Abbiamo aperto il Teatro alla gente | I privati scommettano sulla cultura" - Live Sicilia

“Abbiamo aperto il Teatro alla gente | I privati scommettano sulla cultura”

Intervista al sovrintendente del Massimo di Palermo, Francesco Giambrone: “La cultura del piagnisteo? Si vince con l’entusiasmo”.

L'INTERVISTA
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PALERMO – “Troppa gente in Sicilia pensa che il bicchiere sia sempre e inesorabilmente mezzo vuoto. È questa la cultura del piagnisteo che non consente di godere delle cose belle che accadono nell’Isola”. Francesco Giambrone, in effetti, oggi guida una istituzione che ha molto a che vedere con l’idea di bellezza. Il Teatro Massimo, di cui è sovrintendente, pochi giorni fa ha festeggiato i 120 anni dall’inaugurazione e i 20 anni dalla “riapertura”, con una festa di musica offerta anche ai cittadini palermitani che hanno potuto seguire il concerto anche dall’esterno, su un maxischermo. “Cerchiamo di creare un rapporto con la città. Ma spesso ai siciliani manca l’equilibrio”.

In che senso?

“Nel senso che ci crediamo i migliori o i peggiori. E non sempre gli sforzi vengono premiati, riconosciuti”.

Un po’ la vecchia storia della Sicilia irredimibile. Dove, tutto sommato, ogni tentativo di cambiamento è destinato a fallire…

“Certamente questa è una terra dove spesso è meglio rimanere sotto traccia, non essere troppo visibile. Ma noi lottiamo proprio contro questa mentalità”.

In che modo?

“In fondo è molto semplice: cerchiamo di dare il massimo nel nostro lavoro. Proviamo a metterci tanto entusiasmo, tanta passione. E anche, perché no, la voglia di riscatto”.

Da un passato che in qualche caso bisogna mettersi alle spalle…

“Sì, è così. E per cambiare davvero, bisogna imparare però anche a riconoscere ciò che di buono viene creato. Trovare la forza in ciò che funziona. Del resto, piangere non serve proprio a nulla. Io preferisco fare, agire. Non a caso, qui in teatro hanno creato un hashtag per prendermi in giro: è #contentomai. Ma hanno ragione. Questa mia tendenza a essere ‘incontentabile’ è anche la molla che mi spinge ad andare sempre un po’ più avanti. E non ho mai pianto, nemmeno quando, forse, c’era qualche motivo per farlo”.

Si riferisce alle condizioni nelle quali ha ereditato il Teatro Massimo?

“Io sono arrivato alla guida del Teatro nel 2014. E ho trovato, nonostante la buona opera del precedente commissario Carapezza, un’istituzione con gravi problemi di bilancio, un teatro quasi sempre mezzo vuoto e chiuso due giorni su tre. Ma nemmeno nelle cronache di quei giorni è possibile rintracciare un mio grido di disperazione, o di allarme. Ho preferito rimboccarmi le maniche. E provare a dare un segnale anche all’esterno”.

A cosa si riferisce?

“A quel punto le soluzioni per provare a salvare il Teatro erano due: tagliare gli spettacoli o provare ad aggiungere nuovi spettacoli. La prima scelta ci avrebbe consentito forse di sopravvivere. La seconda era l’unica strada possibile per il rilancio. La svolta è stata proprio quella: renderci conto del ruolo che abbiamo nel nostro territorio. Ma adesso bisogna fare ancora un passo in avanti”.

Cosa serve ancora per fare crescere questa consapevolezza, questa idea?

“Bisogna coinvolgere altra gente. E ne approfitto per lanciare un appello ai privati: partecipate alla crescita del teatro. Oggi esiste una parziale forma di defiscalizzazione sulle donazioni alle istituzioni culturali. Nonostante le difficoltà del sistema produttivo, invito gli imprenditori ad avvicinarsi al teatro. È un vantaggio per loro e per noi”.

Una prospettiva nuova, in effetti. Oggi i teatri vengono visti come istituzioni sostanzialmente pubbliche. Vale anche per il Massimo…

“…. nonostante invece, la nostra formalmente è una Fondazione privata. Ma i soci in effetti sono pubblici, così come pubblici sono la maggior parte dei finanziamenti. Proprio per questo invito i privati a intervenire. Poter contare su forze tutte nostre, slegate dai ritardi e dalle esigenze del settore pubblico, ci consentirà di crescere ancora. Noi, al momento, abbiamo fatto il possibile, e anche di più. Abbiamo risanato il bilancio, abbiamo reso efficiente la macchina, teniamo il teatro quasi sempre aperto, stiamo chiudendo il quarto bilancio di fila in attivo, abbiamo registrato una crescita del 41 per cento di ‘entrate proprie’, frutto dell’auto-finanziamento: ossia provenienti dal botteghino, dalle visite guidate, dall’affitto del teatro. Segnali che qualcuno ha già raccolto, per fortuna…”.

A chi si riferisce?

“Non posso fare il nome, ma si tratta di una grossa società. Ci ha riconosciuto il fatto che, mentre gli altri teatri erano andati a cercare loro, nel caso di Palermo sono stati loro a cercare il teatro, proprio perché lo considerano un ‘marchio’ di questo territorio. Di fronte ad aziende del genere, che decidono di investire qui, non puoi permetterti il piagnisteo, anche se hai motivi per lamentarti. Devi essere positivo e mettere in luce i tanti elementi positivi di cui puoi disporre”.

Ecco, torniamo alla cultura del piagnisteo. Ha notato in questi anni qualche cambiamento? Qualche segnale che possa far ben sperare? Qualche indizio che ci possa suggerire il fatto che la Sicilia sta finalmente scrollandosi di dosso questa filosofia del lamento?

“Spesso è una questione di atteggiamento. E nonostante i motivi per piangersi addosso siano molti di meno rispetto ad alcuni anni fa, a volte l’approccio, in alcune persone, non cambia. Ma un mutamento l’ho avvertito, forte, in un momento storico preciso. Quello successivo alle stragi del ‘92. Quella reazione civile dei siciliani non l’ho dimenticata. Ed è rimasta nella memoria collettiva. Ecco, penso che da quel momento è cambiato qualcosa. La cultura del piagnisteo ha iniziato a perdere terreno. E questo teatro sta provando a fare la sua parte. Riaprendo le porte alla gente”.


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