Selfie con Giorgia Meloni, il verbale del pentito siciliano Amico

Il pentito del selfie con Meloni: “Gente feroce si infiltra nella politica”

pentito Amico
Il selfie mostrato da Report
Nato a Canicattì, ma è uomo della camorra

PALERMO – Alle 20:39 del 26 gennaio 2026 Gioacchino Amico, l’uomo del selfie con Giorgia Meloni, invia un’email alla Procura della Repubblica di Milano. Scrive di volere collaborare con la giustizia. Alle 15:12 del successivo 3 febbraio, in una località segreta, conferma la sua volontà davanti ai pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane. Oggi è un pentito sotto protezione.

Chi è il pentito Gioacchino Amico

Nato a Canicattì, in provincia di Agrigento, 40 anni, un diploma di tecnico commerciale in tasca, ufficialmente si guadagnava da vivere vendendo frutta e verdura all’ingrosso. In realtà conferma di essere uno dei capi del “Sistema mafioso lombardo”. Con l’inchiesta “Hydra” la Procura di Roma guidata da Marcello Viola ha scoperto l’esistenza di una alleanza tra camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra al nord.

Cosa c’entrano Meloni e il selfie

Ormai Amico, referente del clan Senese in Lombardia, è diventato anche l’uomo del selfie con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni mostrato da Report e da alcuni giornali. Una foto scattata a Milano nel 2019 in occasione di una convention di Fratelli d’Italia. “Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede”, ha scritto la premier sui social.

Il verbale di febbraio è finora l’unico che si conosce, ma è omissato nella quasi totalità delle sue 136 pagine. Emergono da subito degli spunti interessanti. Per prima cosa Amico spiega le ragioni del suo ravvedimento: “Ho capito che davanti a delle sbarre non era la mia vita”. In carcere ce l’ha già stato per una truffa alle banche nel 2009, ora però le cose sono diverse.

“L’ho fatto per mia moglie e mia madre”

“L’ho fatto per mia moglie (Federica Buccabusca ndr) – racconta Amico – è una persona che magari l’ho trascinata tra i capelli in questo processo, pianti ha provato tanti danni e disagi”. E poi lo ha fatto “per le condizioni di mia madre che è molto malata. Ora è sicuro: “Voglio dire cheho chiuso con il passato e voglio riabilitarmi nella società... voglio vivere una vita normale senza quella sporcizia che nel corso degli anni mi sono tirato addosso. Un ravvedimento davanti a Dio“.

“Ci sono persone che mi vogliono morto – aggiunge – volevano farmi fuori, si immagini come io posso vivere se non con un cambiamento totale per cambiare vita e proteggere di riflesso la mia famiglia. Ci sono tante persone che mi vogliono morto. Gente libera, molto feroce, in grado di infiltrarsi ovunque, su tutto il tessuto sociale. Cioè infiltrarsi in politica, con alcuni componenti delle forze dell’ordine… dove hanno notizie e novità. Qualcuno muoverà i fili e questo qualcuno può essere semplicemente l’unica persona dell’indagine Hyidra che quando sarà il momento opportuno ne parleremo.”

L’interesse per la politica

Racconta del suo interesse per la politica, di quando era “coordinatore di un partito politico Movimento Fare di Flavio Tosi, coordinatore cittadino di Canicattì dell’ex sindaco di Verona che conosco bene. Quando è fuoriuscito dalla Lega”. Nell’inchiesta Hydra è emersa la sua intenzione di impegnarsi per Fratelli D’Italia nella sua città di origine. Voleva fare una lista.

Poi inizia a parlare di armi, droga e riciclaggio. Di Giancarlo Vestiti, indicato come luogotenente del clan Senese, ritenuto dagli inquirenti l’organizzatore dell’alleanza mafiosa: “È un’unione di tutte le tre mafie per non dire forse la quarta, quella albanese che forse è quella più spietata”. Su tutto il resto c’è un omissis a coprire nomi e circostanze.

Il boss suicida Bernardo Pace

Così come per i verbali di Bernardo Pace, morto suicida in carcere a metà marzo, del mandamento mafioso di Castelvetrano, dove contava e conta ancora il cognome Messina Denaro.


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