Il Governo impugna la legge della Sicilia: le tre norme bocciate

Roma impugna tre articoli della legge regionale, ecco quali e perché

Governo impugna legge Sicilia
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Stop a tre norme da parte del Governo
PALAZZO CHIGI
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3 min di lettura

PALERMO – Sono tre le norme ‘incriminate’ dal Consiglio dei ministri che ha impugnato la legge ‘Norme in materia di personale ed enti locali’ approvata a fine maggio dall’Ars. Si tratta di tre norme di natura parlamentare, che non erano presenti nel ddl di partenza approvato dalla giunta Schifani.

Il governo impugna la legge della Sicilia

Il primo stop da parte di Palazzo Chigi riguarda la norma che fissa in un anno il tempo massimo di attesa del Tfr per i dipendenti regionali cessati dal servizio. Una norma che, secondo il governo nazionale, “dispone una disparità di trattamento” con gli altri dipendenti pubblici. I tempi di attesa per il Tfr degli Statali, infatti, possono arrivare fino a due anni. Ma c’è di più: nessuna “adeguata quantificazione degli oneri” e nessuna “idonea copertura finanziaria” è stata prevista dal legislatore regionale.

Lo stop ai corsi di formazione nella sanità

La seconda norma impugnata è quella che prevede l’istituzione di corsi di formazione da parte dell’assessorato alla Salute, tramite il Cefpas di Caltanissetta, rivolti agli operatori dei dipartimenti di Salute mentale delle Asp. Corsi che dovrebbero riguardare i progetti terapeutici individualizzati (Pti). Un articolo che, secondo il ministero degli Affari regionali, si pone in contrasto con la legge del 2004 che vieta alle Regioni sottoposte a piani di rientro di sostenere spese non obbligatorie.

Il terzo stop colpisce l’articolo 20, che introduceva l’incompatibilità tra gli incarichi nelle aziende sanitarie e ospedaliere (direttore generale, direttore sanitario e direttore amministrativo) e le cariche di sindaco, assessore, consigliere comunale, presidente di Circoscrizione e consigliere circoscrizionale. Si tratta di una norma voluta dal Movimento cinque stelle, che ora con Nuccio Di Paola chiede a Schifani di difendere le prerogative della Sicilia. “Meloni, Salvini e Schifani le provano tutte pur di fermare la nostra battaglia e hanno scomodato pure il Consiglio dei ministri che ha impugnato la nostra norma”, dice. 

In questo caso, secondo il governo, la Regione ha sbagliato ad estendere i casi di incompatibilità anche agli amministratori locali minori (consiglieri comunali, presidenti dei consigli circoscrizionali e consiglieri circoscrizionali). La Sicilia avrebbe così violato anche le prerogative statali in materia di ordinamento civile.

Cosa prevede la norma nazionale sulle incompatibilità

Il decreto legislativo 39 del 2013, infatti, stabilisce già il regime generale di incompatibilità degli incarichi con le cariche di: presidente del Consiglio dei ministri, ministro, vice ministro, sottosegretario, commissario straordinario di governo, amministratore di ente pubblico o ente di diritto privato in controllo pubblico.

Le altre incompatibilità già previste dalla legge nazionale riguardano: la carica di componente delle giunte o del consiglio regionale, la carica di componente della Giunta o del Consiglio di una Provincia, di un comune con popolazione superiore ai 15.000 abitanti o di una forma associativa tra comuni con la stessa popolazione, la carica di presidente e amministratore delegato di enti di diritto privato in controllo pubblico da parte della Regione.

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Sul tema delle incompatibilità tra le cariche di dirigente sanitario e amministratore locale, nelle scorse settimane, Sud chiama nord, con il deputato Giuseppe Lombardo, aveva chiesto delucidazioni all’assessorato sui tempi di applicazione della norma. IN provincia di Messina, infatti, si registra il caso del direttore generale dell’Asp, Giuseppe Cuccì, che è anche sindaco della cittadina ennese di Sperlinga.

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