Non basta, a quanto pare, la separazione delle carriere, approvata dal Parlamento e ora sottoposta a referendum confermativo, c’è dell’altro. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha recentemente riacceso il dibattito sulla giustizia proponendo di discutere se sia opportuno mantenere la polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati.
“Discutiamone, parliamone” ha dichiarato, suscitando reazioni immediate e critiche. Quindi, per capirci, per adesso è soltanto una palla lanciata in campo da Tajani, nulla c’entra con il testo della riforma su cui ci esprimeremo con un SÌ o con un NO. Per tanti non sarebbe affatto una buona idea, al contrario, si tratterebbe di una minaccia grave all’indipendenza della giustizia.
L’assetto attuale, sancito dall’articolo 109 della Costituzione (“L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”), affida al pubblico ministero (PM) la direzione e il coordinamento delle indagini preliminari. La polizia giudiziaria (PG), pur appartenendo organicamente alle forze di polizia, ne diventa funzionalmente il braccio operativo. Questo vincolo assicura che le indagini siano guidate esclusivamente da esigenze di verità processuale e non da logiche diverse.
Sottrarre la PG alla disponibilità del PM interromperebbe questo legame diretto. La polizia tornerebbe a rispondere gerarchicamente ai propri ministeri di riferimento con un coordinamento di fatto affidato all’Esecutivo.
Il primo problema è, appunto, di natura costituzionale. L’articolo 109, sopra esplicitato, non è una norma di dettaglio ma uno scudo voluto dai costituenti per impedire che le indagini penali tornassero a dipendere dal governo come avveniva prima del 1948 e sotto il Codice Rocco del 1930. Intervenire a gamba tesa su tale garanzia richiederebbe una revisione costituzionale.
Il secondo rischio è la politicizzazione delle indagini. Se la PG rispondesse ai ministri il governo potrebbe rallentare, orientare o bloccare procedimenti scomodi riguardanti corruzione, appalti, reati contro la pubblica amministrazione o criminalità organizzata.
In un Paese segnato da numerosi misteri irrisolti (terrorismo, mafia…) e da intrecci opachi tra potere politico, poteri economici e criminalità affidare il controllo delle indagini all’Esecutivo di turno significherebbe indebolire uno dei pochi strumenti di terzietà ancora esistenti.
Il PM – che risponde solo alla legge – verrebbe privato della leva pratica indispensabile per contrastare efficacemente i reati dei potenti.
Inoltre, l’efficienza investigativa ne risentirebbe pesantemente. Il pubblico ministero ha la direzione tecnica e giuridica delle indagini, esattamente il suo compito istituzionale. Se la PG operasse per conto proprio si creerebbero inevitabilmente conflitti di priorità e ritardi.
Concludendo, sottrarre la polizia giudiziaria alla disponibilità del pubblico ministero rappresenterebbe un arretramento rispetto alle garanzie costituzionali faticosamente conquistate dopo il fascismo. Mettere in discussione l’articolo 109 della Costituzione può compromettere l’equilibrio tra i poteri, l’indipendenza della giustizia e la tutela del cittadino dinanzi al potere.

