C’è un posto, negli occhi di Daniela Pupella, come un palcoscenico. Alla ribalta salgono la gioia e le lacrime, mentre lei racconta. Si inerpicano sul viso di un’attrice, scrittrice, donna di teatro, molto nota a Palermo, e danno vita ai rispettivi monologhi. Stanno pure insieme sulle assi scricchiolanti delle emozioni. Fino a quando le ciglia non si abbassano, per un attimo, mimando il sipario.
Daniela è figlia di Mario, colossale uomo di teatro palermitano e internazionale. Mario Pupella è scomparso il 22 gennaio del 2023, aveva settantasette anni. Da allora, nel cuore di sua moglie, dei suoi figli, dei suoi familiari, dei suoi amici, del suo pubblico, c’è un posto vuoto, che non sarà più riempito. Ma esistono tanti modi per raccontare una storia. Questa storia, per esempio, è parte della città che non distrugge, perché ama costruire.
Daniela Pupella si è laureata con E-Campus nel corso di Letteratura, Arte, Musica, Spettacolo, con una tesi su suo padre. Titolo. ‘Mario Pupella, la libertà fra teatro e cinema’. “Papà – racconta – era essenzialmente una persona libera che teneva alla sua indipendenza. Glielo suggerivano: fatti vedere al comizio di tal dei tali… Avvicina alla segreteria del tizio… Lui camminava per la sta strada, fiero di essere se stesso”.
Nel frontespizio, campeggia una frase di Mario: “Ho avuto un sogno nella mia vita: avere un teatro mio e ci sono riuscito. Il Teatro è la mia casa, la mia vita, la mia prigione, la mia libertà, la mia fantasia. Io sono sempre là. Sono sempre in teatro”.
Non a caso, la camera ardente è stata allestita nel cuore del Teatro Sant’Eugenio, a piazza Europa, lì dove le figlie e i figli di Mario continuano un’epica. “Non ci limiteremo alla tesi – dice Daniela -. Con mio fratello Marco scriveremo un libro, perché è giusto che mio padre rimanga nella memoria. Palermo, purtroppo, non ha un buon rapporto con la memoria”.
Difficile è stato scrivere una tesi, depurandola dal vocabolario dell’affetto. “La professoressa relatrice – spiega Daniela Pupella – mi ha giustamente fatto togliere tutti i ‘papà’ che mi erano scappati dalla tastiera. Parliamo di un lavoro che ha un significato scientifico”.
Difficilissimo è stato scriverla, affondando l’anima nel passato, con relative scoperte. “Ho visto che papà, nel corso degli anni, ha conservato un archivio sulla famiglia, con tanto materiale su di me e su mia sorella Lavinia. Non lo sapevo, mi ha commosso. Lui mi ha lasciato libera, era il suo credo. Quando ho avuto la prima parte mi ha detto soltanto: ‘Attenta, figlia mia, il teatro è così: se sali su quel palco, non scenderai più'”.
Daniela è salita, per non scendere più. Il copione del destino comincia con un atto volontario. Adesso è qui, negli uffici-cuore del teatro, mentre sfoglia la dedica di un’esistenza. Tutte le lacrime, adesso, si trasformano in gioia, per uscire dalla zona d’ombra e giungere alla luce. Non serve a questo il teatro? Non è forse questo l’amore?

