Ci siamo chiesti tante volte: com’è la Sicilia? Forse, per comprendere, sarebbe utile cambiare rotta alla domanda. E dunque: come sono i siciliani all’epoca di re Raffaele Lombardo? E’ un errore di prospettiva che si compie spesso. Si imbraccia il fucile dell’analisi, puntandolo sulla terra, sui suoi vizi e sulle sue virtù, non sui corpi che la percorrono come una via crucis. La Sicilia. Cioè i carretti, i pescatori di Verga, il covo di Provenzano, la piazza di Falcone e Borsellino, gli scranni del Palazzo. Col mirino puntato al suolo, all’altezza delle scarpe, non scorgiamo i volti. E gli uomini ci sfuggono, inafferrabili e indifferenti. Ora ci viene il sospetto che il punto non sia la Sicilia – sempre immutabile e irredenta nelle cartoline che invia ai suoi occasionali narratori – ma i siciliani. Che mutano pelle e anima.
Ci pare di potere azzardare. I siciliani sono arrabbiati. Dopo secoli di malessere controllato, siamo infine giunti alla disperazione senza scialuppa di salvataggio. Fenomeno nazionale che da noi, nel peggio del peggio, assume contorni particolarmente agghiaccianti. I padri statali o regionali, come le madri, vanno scomparendo. I figli precari non hanno più il conforto del sussidio dei genitori. Quando l’ultimo finanziatore familiare sarà scomparso, probabilmente si vedranno scene ateniesi nelle piazze. Le generazioni precedenti hanno dissipato – egualmente malgovernate – soldi e consensi poco onorevoli, sperando che non toccasse a loro il redde rationem. Che, appunto, è toccato a noi. I più fortunati campicchiano con mille euro precarie al mese. Per ora, dicono ancora grazie allo sfruttamento dell’illuminato imprenditore di turno, per inveterata sudditanza. Ma siamo già al dolce, più che alla frutta. Nessuno scampa al precariato istituzionale che hanno la sfrontatezza di chiamare flessibilità nel vocabolario degli americani di nuovo conio. Avvocati, giornalisti, voci del call center, impiegati, facchini, aspiranti qualcosa. Tutti nel calderone dell’incertezza bollente che si sta raffreddando. Una mattina, sarà ira glaciale e solida pronta per l’uso.
Sì, i siciliani sono arrabbiati. Eppure stentano a trovare una via d’uscita nella politica. Dal Palazzo non è che arrivino risposte confortanti. Qualunque sia il giudizio, il governo Lombardo si è trovato a operare nelle più tragiche condizioni possibili. I difetti che spesso gli critichiamo sono ulteriore zavorra sulla scialuppa. Tuttavia era scontato: dopo anni di omicidio delle finanze e dell’etica pubblica, sarebbe arrivata l’era delle lacrime e sangue. E’ qui. E ci siamo in mezzo noi.
I siciliani all’epoca di Raffaele sono incavolati, stanchi e depressi. Covano un risentimento che non sanno trasformare in azione di riscatto. Sono abituati a vivere il loro dramma sociale nella penombra di una casa. Invece, dovremmo scegliere una piazza qualunque e ricominciare. A scorno degli invincibili cavalli alati e privilegiati che sempre saltano la fila delle scodelle di minestra. Altrimenti l’unica alternativa la immaginiamo a memoria: la valigia di cartone, anche se è in pelle. L’odissea dello sradicamento e della lontananza, oltre i confini di questa dannata Isola della fame.
