Davide Faraone attacca il centrosinistra: "Invece di vincere..."

“Il centrosinistra in Sicilia può vincere, ma…”. Faraone e i popcorn

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L'intervista all'onorevole renziano. La Vardera, Barbagallo, Schifani...
L'INTERVISTA
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6 min di lettura

Onorevole Davide Faraone di Italia Viva, si trova forse, mentre parliamo, in poltrona con i popcorn davanti allo ‘spettacolo’ offerto dal rissoso centrosinistra siciliano? Lei da un po’ lancia appelli inascoltati.
“Più che i popcorn, lo stupore. In Italia il centrosinistra, se unito, vince. Lo sa anche la premier Giorgia Meloni, che infatti vuole cambiare la legge elettorale. E in Sicilia, per la prima volta dall’introduzione dell’elezione diretta del presidente della Regione, il centrosinistra ha una concreta possibilità di conquistare Palazzo d’Orleans, indipendentemente dalle divisioni del centrodestra. Invece di tirare il rigore, discute e litiga all’infinito su chi deve calciarlo. Dagli spalti stanno già fischiando”.

Sinceramente, quanto la preoccupano le crepe?
“Poco. Chi rompe l’alternativa, davanti a un centrodestra diviso, indebolito, sarà punito dagli elettori. I cittadini chiedono certamente un’opposizione ferma, ma soprattutto chiedono un’alternativa credibile. Vogliono sapere chi governerà, con quali idee e con quale programma. L’opposizione non può ridursi a una gara a chi urla più forte. In tempi di populismo esasperato servono proposte concrete. E su questo, purtroppo, siamo terribilmente in ritardo”.

Ricapitoliamo: il segretario regionale del Pd, Anthony Barbagallo, predica prudenza. Ismaele La Vardera chiede al Pd di cambiare segretario. Che ne pensa?
“Penso che Controcorrente rappresenti un’energia molto positiva per il centrosinistra siciliano. È un valore aggiunto, direi decisivo per vincere le elezioni. Dovrà avere la capacità di dare alla protesta uno sbocco di governo, può riuscirci, le esperienze di impegno diretto come Agrigento potranno agevolare questo processo. E a proposito di democrazia c’è una regola che ci insegnavano nelle scuole di formazione politica quando eravamo ragazzi: il rispetto solenne per la vita democratica degli altri partiti, senza intromissioni”.

Qual è la posizione di Italia Viva-Casa Riformista? Come si trova una candidatura condivisa senza litigare?
“Se c’è un rigorista riconosciuto da tutti, tira lui. Se non c’è, si fanno le primarie. Mi sembra molto più semplice di quanto appaia. Prima si costruiscono programma e regole, poi si lascia scegliere ai siciliani. Del resto ho sentito tutti dichiararsi favorevoli alle primarie. Anche Cateno De Luca si è detto disponibile a partecipare. Avrà la possibilità di giocarsi la partita da protagonista; a destra, al massimo, gli chiederebbero di sostenere candidature scelte a Roma. Invece di alzare muri e mettere veti, dovremmo aprire porte e finestre. Serve uno spazio largo, democratico, aperto alle energie della società civile. Penso, per esempio, all’ottimo lavoro che stanno portando avanti Emiliano Abramo e i nostri amministratori in giro per la Sicilia”.

Se vincesse il centrosinistra, da dove dovrebbe partire?
“Dai giovani. Taglio drastico delle tasse sul lavoro per gli under 35 e più vantaggi per chi studia. La Sicilia continua a perdere migliaia di ragazze e ragazzi ogni anno. Se vogliamo fermare questa emorragia dobbiamo rendere conveniente restare, lavorare, costruire qui il proprio futuro”.

Il governo Schifani, però, rivendica risultati certificati da enti e organizzazioni esterni. Come la mettiamo?

“Sì, esterni. Da Marte. Schifani non ha nulla da rivendicare. Il suo governo verrà ricordato per due cose: il nulla cosmico sul piano dell’azione amministrativa e l’incapacità di reagire alle inchieste giudiziarie che hanno travolto uomini e dirigenti da lui nominati. Santanchè, Montaruli, Dalmastro si sono dimessi, qui tutti ai loro posti, in alcuni casi addirittura premiati. La Sicilia continua a perdere giovani, a soffrire una sanità in difficoltà, infrastrutture insufficienti e servizi che arretrano. Se questi sono i risultati da celebrare, temo che qualcuno abbia sbagliato pianeta”.

Uno sguardo in casa d’altri: chi sarà il candidato del centrodestra in Sicilia?
“Posso dirle chi, secondo me, non sarà il candidato: Renato Schifani. Del resto lo sanno anche dentro il centrodestra. Molti di quelli che oggi fingono di sostenerlo stanno già lavorando alla sua successione. Ci sono sempre gli ultimi pretoriani, quelli che restano attaccati al potere fino all’ultimo giorno utile. Ma quando il vento cambia, sono spesso i primi a scendere dalla nave”.

Uno sguardo anche oltre la Sicilia: cosa ne pensa delle parole incommentabili del presidente Trump sulla premier Giorgia Meloni?
“Abbiamo espresso solidarietà a Giorgia Meloni. Donald Trump si è comportato da cafone. Però trovo francamente ridicolo il tentativo della destra di trasformare uno screzio legato a un selfie nel remake dello scontro di Craxi a Sigonella. Fino a ieri Trump era il leader da applaudire a cui dare il Nobel. Hanno minimizzato ogni sua volgarità diplomatica, ogni umiliazione inflitta a capi di governo amici. Ci hanno raccontato che quella brutalità fosse sinonimo di forza. E soprattutto hanno alimentato l’illusione che esistesse una categoria privilegiata: gli amici di Trump. E che dentro quella categoria ci fosse l’Italia. Oggi, ben svegliati, scoprono che non è così.

Che fine ha fatto il sogno del polo centrista? Carlo Calenda è ancora un nome a cui mai potreste accostarvi?
“C’è una parte del mondo riformista che continua a ragionare come se vivessimo in un sistema proporzionale puro, nel quale ciascuno può costruire la propria identità e misurare il proprio consenso. Piacerebbe anche a me vivere in un sistema che consenta di costruire una grande forza riformista autonoma..”.

Ma?
“Il problema è che non stiamo giocando quella partita. La legge elettorale premia le coalizioni. E quella che si prepara rischia di premiarle ancora di più, indicando direttamente il premier e introducendo un premio di maggioranza. Per questo considero un errore l’idea che stare nel mezzo rappresenti una forma superiore di coerenza politica. In un sistema bipolare l’equidistanza non produce neutralità, finisce inevitabilmente per favorire la destra. La vera sfida non è costruire l’ennesimo piccolo recinto identitario. È costruire una forte gamba riformista dentro l’alternativa di governo”.

Ci saranno varie partite da giocare a medio periodo. La vostra posizione sul Comune di Palermo? Qual è il vostro giudizio sull’operato del sindaco Lagalla?
“Da un lato mi fa piacere che gli assessori più apprezzati dai palermitani siano proprio due assessori di cultura e sensibilità riformista come Salvatore Orlando e Fabrizio Ferrandelli. Dall’altro mi dispiace vedere Roberto Lagalla attaccato duramente dalla sua stessa maggioranza per una scelta che considero sacrosanta: concedere il patrocinio al Pride. E trovo ingiusto che, così come accaduto a Bologna con Lepore, a Milano con Sala, venga trasformato nel parafulmine di tutte le paure sulla sicurezza quando le principali competenze in materia appartengono al governo nazionale, non al sindaco di Palermo”.

Ancora su Palermo. La sua opinione sulle intimidazioni in città? C’è una reazione adeguata, secondo lei?
“No. Leggo i giornali e mi sembra di essere tornato agli anni Ottanta. I Galatolo, i Fidanzati, i Lo Piccolo. Nomi che pensavamo appartenessero al passato e che invece tornano nelle cronache. E poi ci sono i ragazzi delle periferie più fragili: senza prospettive, senza presìdi educativi, senza alternative. La manovalanza perfetta per chi vuole ricostruire potere”.

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Di conseguenza?
“La mafia fa quello che ha sempre fatto: recluta, intimidisce, si riorganizza. Lo Stato dovrebbe fare il contrario: presidiare i quartieri, prevenire, offrire opportunità, spezzare il legame tra disagio sociale e criminalità. Invece, con una destra che aveva promesso più sicurezza, i palermitani si sentono sempre più soli. Per questo va il mio ringraziamento alle forze dell’ordine e alla magistratura che, spesso con organici insufficienti e mezzi limitati, continuano a svolgere un lavoro straordinario”.

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