19 luglio 2015 | Un deserto in via D'Amelio

19 luglio 2015 | Un deserto in via D’Amelio

19 luglio 2015 | Un deserto in via D’Amelio
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Dopo le parole dei figli di Paolo Borsellino, niente potrà essere come prima.

Domenica prossima sarà il 19 luglio. E sarà un 19 luglio di deserto. Senza i figli di Paolo Borsellino a dare un’anima allle consuete cerimonie che da ventitré anni accompagnano l’anniversario della strage di via D’Amelio. In un giorno d’estate siciliana, evaporerà sotto il sole, forse una volta e per sempre, l’antimafia delle parate, dei pennacchi e del potere.
La scelta di Lucia, Fiammetta e Manfredi, i “ragazzi” di casa Borsellino, segna una pietra miliare, ed è impossibile negarlo. Una decisione che è maturata insieme al traumatico addio a Rosario Crocetta e alla sua giunta da parte di Lucia, che per il governatore in questi anni aveva rappresentato più che un vessillo, la garanzia stessa per la retorica della rivoluzione legalitaria su cui si fondava il marketing del crocettismo.
La lettera di dimissioni di Lucia Borsellino è stata uno spartiacque. Che l’ipocrisia della politica siciliana ha cercato di spazzare sotto il tappeto. Al più presto. Senza fare i conti con un j’accuse inquietante. Che parlava di un problema etico dentro il governo. E svelava, meglio finiva di svelare, l’inganno dell’antimafia usata come un paravento per celare una gestione troppo disinvolta del potere.
Se il Palazzo ha fatto di tutto per archiviare le parole di Lucia senza perdere tempo, Manfredi non lo ha permesso. “Il 19 luglio? Non ci sarò. Mi sono messo di turno al lavoro, a cercare di fare qualcosa di concreto, non ho tempo per commemorazioni senza senso”, ha detto a La Stampa il figlio di Paolo, annunciando che il giorno del l’anniversario lavorerà, seguendo l’esempio del padre, sempre allergico alle passerelle. “Mia sorella ha parlato di antimafia di facciata – aggiunge Manfredi – e io quelle parole me le sono appese in ufficio, tanto le condivido, tanto mi sembrano arrivare dritte dalla voce di mio padre”. Parole, quelle dei fratelli Borsellino, dopo le quali niente nel grande circo dell’antimafia potrà essere più come prima.
Curioso, quasi beffardo, che il requiem per i professionisti dell’antimafia dai quali mise in guardia Leonardo Sciascia, lo cantino i figli di Paolo Borsellino, che Sciascia nominò in quel celebre articolo. Quasi a dimostrare ancora una volta che la profezia era giusta e illuminata ma aveva semplicemente al suo interno un nome sbagliato.
E a confermare la grandezza visionaria del maestro di Racalmuto, è emblematico in fondo che la scelta di farsi da parte dei figli di Borsellino arrivi nelle ore in cui “il” professionista dell’antimafia di sciasciana memoria Leoluca Orlando fa volare gli stracci contro altra antimafia di potere – nella fattispecie quella, affollata, di matrice imprenditoriale – compilando ideali liste di proscrizione in una rissa furibonda.
Resta da capire allora che anniversario sarà questo. Dopo un 23 maggio senza navi arriverà un 19 luglio senza ipocrisia e piedistalli per questo o quel campione dell’antimafia verbosa, quella che garantisce poltrone, incarichi e comparsate? E chi in quei cortei, in quei momenti di ricordo ha creduto e crede in perfetta buona fede, come un gesto d’amore e di rispetto per non dimenticare il sacrificio di uomini e donne che facevano il loro dovere, come dovrà comportarsi? Andare o non andare? Il quesito resta aperto. Ma ancora una volta le parole di Lucia la mite, mite ma forte quando di mezzo c’è la memoria di papà Paolo, soccorrono. E sono quelle pronunciate un anno fa, in questi giorni, quasi un prologo dei fatti di quest’estate. “Mio padre e Giovanni non usarono mai la parola ‘antimafia’”, disse Lucia. E chissà allora che il 19 luglio 2015 non possa finalmente diventare il primo giorno dei siciliani normali, quelli che non hanno bisogno del prefisso “anti-” per vivere i loro doveri quotidiani. Senza sventolare vessilli e battere le mani a personaggi improbabili. Ma lavorando e camminando in una composta ed esemplare sobrietà di vita. Proprio come Paolo Borsellino.

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