L'ordine di uccidere un pm |Scollo: "Mario Strano favorevole"

L’ordine di uccidere un pm |Scollo: “Mario Strano favorevole”

Il boss dei Cappello Orazio Finocchiaro, sotto processo per associazione mafiosa, avrebbe progettato un attentato, poi sfumato, contro il pm Pasquale Pacifico. Udienza infuocata quella dell'interrogatorio del collaboratore di giustizia Giuseppe Scollo, ex reggente di Lineri dei Santapaola.

parla il collaboratore di giustizia
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CATANIA – Il progetto di Orazio Finocchiaro di far ammazzare il pm Pasquale Pacifico avrebbe avuto il consenso di Mario Strano, ma invece avrebbe fatto infuriare Franco Finocchiaro, detto “Iattaredda”, zio di Orazio e uomo di primo piano del clan Cappello. I nuovi retroscena sul piano criminale di un attentato nei confronti del sostituto procuratore napoletano sono emersi durante l’interrogatorio di Giuseppe Scollo, neo collaboratore di giustizia, proveniente dalle file dei Santapaola Ercolano. “Ero il capo di Lineri” – così lui stesso si definisce durante il dibattimento del processo che vede alla sbarra Orazio Finocchiaro con l’accusa di associazione mafiosa. Il boss dei Cappello sarebbe, secondo l’accusa, la mente criminale che avrebbe fatto partire nel 2012 l’ordine, contenuto in due “pizzini”, arrivati a Giacomo Cosenza per “crivellare” di colpi il pm della Procura etnea.

Giuseppe Scollo ha risposto alle domande del pm Antonella Barrera, che insieme a Giovannella Scaminaci rappresenta l’accusa. La notizia che “Orazio Finocchiaro avesse architettato un piano per uccidere il procuratore Pacifico” il pentito l’avrebbe saputa attraverso Francesco Finocchiaro durante l’ora d’aria al carcere di Bicocca alla fine del 2013.  “Iattaredda” si sarebbe lamentato con Giuseppe Scollo e un altro detenuto santapaoliano, Marcello Faro, del comportamento del nipote che stava “facendo casini perchè aveva organizzato un attentato contro il procuratore Pacifico”. “Un attentato – racconta Scollo – che poi sfumò, mi raccontò Franco Finocchiaro, perchè Orazio era stato intercettato o era stato arrestato”.

La conversazione avviene “tra la fine del 2013 e inizio del 2014  – precisa Scollo. Ero a Bicocca per le udienze di un processo”. Il collaboratore di giustizia entra nei dettagli: “Era il momento della passeggiata, Francesco Finocchiaro e Marcello Faro stavano parlando. Io sono subentrato e così ho ascoltato che Franco si lamentava del nipote Orazio per quello che stava architettando: “Ma chi si sentiva Totò Reina… Ma chi ci passau pa testa? (ma cosa gli è passato per la testa) Al giorno d’oggi si mette contro lo Stato?”. Il progetto dell’attentato avrebbe fatto storcere il muso, secondo il racconto di Scollo, anche al fratello di Marcello Faro, Nino Faro, detto “sciuscia pipa”. Ma ci sarebbe stato all’interno del clan Cappello chi aveva dato il suo benestare al progetto di ammazzare Pacifico. “Marcello Faro mi disse – aggiunge il collaboratore – che Mario Strano era d’accordo”. Un nome quello di Mario Strano che Giuseppe Scollo conosce bene. “Strano faceva parte del gruppo dei Santapaola di Monte Po, ma poi ha fatto un’alleanza con la famiglia dei Carateddi di Sebastiano Lo Giudice”.

Le rivelazioni di Giuseppe Scollo hanno reso infuocata l’udienza davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Catania, presieduta da Rosario Grasso. Durante il controesame i difensori Francesco Strano Tagliareni e Giuseppe Marletta hanno chiesto molte precisazioni a Giuseppe Scollo, diventato collaboratore di guistizia tre mesi fa. E’ nel verbale del 6 febbraio che il santapaoliano racconta della conversazione “incriminata” interrotta all’improvviso “dall’arrivo di altri detenuti”. Una frase che alimenta la domanda della difesa: “Ma anche lei fa parte di un altro clan, come mai con lei Franco Finocchiaro si sentiva libero di poter parlare?”. Scollo non esita a rispondere: “Ripeto che a presentarmi Franco Finocchiaro è stato Marcello Faro, fratello di Nino “Sciuscia Pipa”, che ha un rapporto di stima e fiducia con Finocchiaro. Inoltre Franco conosceva bene mio zio Nino Persico, fratello di mia madre, che è stato ammazzato. Quindi tra di noi si era creata una certa fiducia”.

Un particolare, però, non sfugge alla difesa. Il piano di uccidere il pm sarebbe arrivato all’orecchio del neo pentito solo alla fine del 2013, ma il progetto di attentato risale al marzo del 2012 e la notizia dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Orazio Finocchiaro finì su tutti i giornali. “Non ho saputo della cosa attraverso la stampa. – risponde alla domanda diretta del difensore: Se lo avessi saputo non avrei avuto problemi a dirlo”. I due avvocati Francesco Strano Tagliareni e Giuseppe Marletta vogliono dissipare ogni dubbio e per questo hanno chiesto al Tribunale, che ha accolto, di interrogare come testi Marcello Faro e Francesco Finocchiaro. I due protagonisti della conversazione che ha creato nuovo scompiglio in un processo in cui i colpi di scena non sono certo mancati.

A tenere banco per diverse udienze sono state le varie perizie calligrafiche: ad un certo punto i consulenti del tribunale avevano dichiarato “incompatibile” la grafia dei bigliettini con quella di Orazio Finocchiaro che invece lo sarebbe stato (con una discreta probabilità) con il saggio grafico del collaboratore di giustizia Giacomo Cosenza, l’accusatore di Orazio Finocchiaro. Una perizia questa ritenuta “priva di fondamento” dai Ris. Ma c’è una rilettura importante di tutti i fatti: c Orazio Finocchiaro avrebbe avuto uno scribano, e sarebbe lo stesso che ha, per suo conto, compilato i documenti da detenuto. La comparazione calligrafica della polizia scientifica era stata effettuata, infatti, tra quella dei bigliettini e i vari documenti del carcere firmati da Orazio Finocchiaro. Due saggi grafici assolutamente compatibili anche per l’avvocato Giuliano, nominato dalla procura, che ha ribadito l’ipotesi che l’imputato avesse dettato ad una terza persona i pizzini “con l’ordine di uccidere il pm”. E che Orazio Finocchiaro avesse uno “scribano” (come è “costume” di alcuni boss) lo ha ammesso lui stesso. Ai pm di Tolmezzo e in udienza ha fatto nome e cognome delle due persone che avrebbero scritto i suoi documenti da detenuto e cioè Paolo Leone e Piero Giovanni Salvo. Punto, questo, che sarà uno dei nodi focali dell’interrogatorio dell’imputato che si svolgerà probabilmente a chiusura della fase dibattimentale del processo.

 

 


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