Il saluto di Franco un anno dopo

Il saluto di Franco un anno dopo

"Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi”: cosa resta (dodici mesi dopo) di un artista mai sceso a barattare compromessi.
IL RICORDO
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CATANIA. Sono giorni di tributo per Franco Battiato. Ad un anno esatto dalla sua scomparsa assume un significato quasi doveroso il ricordarlo per quello che ha lasciato ed ancor prima per ciò che è stato in grado d’inventare: nello stile, nella musica, nella cultura capace di saper leggere il tempo prima di tutti.
Nulla stona nelle tante notizie che (da giorni) lo richiamano in causa. Segnale evidente di un profondo rispetto per colui che mal sopportava l’essere chiamato “maestro”. 

Quasi come una forma di testamento da tramandare, non esitò a dire in un’intervista: “Esistono due categorie di musicisti, quelli che si possono chiamare “per adozione” e quelli “per essenza”. Credo di far parte della seconda categoria.
Mi spiego meglio. Molta gente che conosco ha fatto questo mestiere per coincidenza, si sono trovati a un certo momento della loro vita a fare un mestiere anziché un altro. Io credo di appartenere alla categoria di persone che non possono fare a meno di fare musica”. 

Ed a distanza di un anno dal suo saluto, non si riesce ancora a fare a meno di cantare passaggi solo apparentemente consumati dal tempo come “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi”. E’ più forte di noi. E probabilmente ha molto a che fare con l’immortalità.
Ci fosse ancora Franco, staremmo parlando della sua povera Patria, della sua Catania, della sua Milo.
E, certamente, sarebbe rimasto inafferrabile: sempre in movimento ma con un pensiero che non potevi catturare.
Ancora da qualche parte “sul ponte sventola la bandiera bianca”. Quella che richiama a brani che hanno ribaltato la Storia della musica italiana: un impatto devastante compiuto da Franco Battiato.
Autentico talento nostrano capace di un percorso artistico semplicemente irraggiungibile.


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