Sesso, fede, mafia, politica | Crocetta si racconta

Sesso, fede, mafia, politica | Crocetta si racconta

Il governatore racconta, nel suo libro, "l'amore giovanile per una ragazza", la pericolosa criminalità gelese, la corsa verso la presidenza della Regione, il perché della scelta dei suoi assessori. "E io non ci sto" è in libreria da oggi.

L'autobiografia
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PALERMO – Il presidente, un giorno, amava una ragazza, voleva farsi prete, partecipò a una processione religiosa a fianco di un mafioso. C’è anche la vita inedita di Rosario Crocetta nel libro firmato dallo stesso governatore, edito da Longanesi e in libreria da oggi. Un’autobiografia, di fatto. Che fa il punto sui primi sessant’anni dell’ex sindaco di Gela. E Gela affiora già nelle prime pagine del volume intitolato “E io non ci sto”. Una città nella quale il futuro presidente della Regione ha coltivato la propria (presunta) diversità. “Chi può avere – scrive – la pretesa di affermare che esistano confini netti e inderogabili tra omosessualità ed eterosessualità? Sono consapevole di attribuire al sesso un’importanza relativa. Forse – prosegue – gliene davo di più da giovane, ma con il tempo mi sono trovato a vivere una condizione sempre più mistica, spirituale. L’educazione che ho ricevuto, un’educazione cattolica, non mi ha aiutato a capire tutto questo né a gestire i moti dell’amore. In gioventù ne ho provato per una ragazza, poi ho capito che la bellezza poteva stare anche altrove”.

Una condizione che ha provocato qualche “incidente” al futuro governatore. Crocetta ne ricorda uno, in particolare. Da giovane operaio dell’Eni, fondò a Gela una delle sezioni del Pci. Ma durante una riunione, un alto dirigente del partito sostenne che la sua “omosessualità rischiava di coinvolgere il partito in uno scandalo enorme”. Ma il governatore racconta di aver risposto seccamente a quel burocrate di partito che gli chiedeva notizie sui suoi gusti sessuali. “A te che te ne frega?”. In futuro, ne pioveranno altre, di critiche. Crocetta ricorda quella del parlamentare Domenico Scilipoti, che aveva attribuito a Crocetta la responsabilità di non contribuire alla conservazione della specie, a causa della sua omosessualità. “Rimasi ferito – racconta Crocetta – ma poi pensai che un’idiozia del genere non meritasse una risposta”. Nel primo capitolo del suo libro, Crocetta fa riferimento anche al proprio nome. Un nome che odiava, da bambino, perché “era quello di mia nonna e mi infastidiva che mi avessero appiccicato il nome di una donna”.

La fede
“Le mie opinioni, a scuola, venivano accolte dalle critiche furiose del mio maestro di religione. Mi trovai espulso dall’ora di religione, e per anni non frequentai più la chiesa”. Il presidente che fu comunista, era uomo, anzi ragazzo “di chiesa”. Al punto da pensare “di entrare in seminario”, racconta in un passo del libro, e di “diventare sacerdote”, ribadirà qualche pagina dopo. “Nel momento della consacrazione – racconta Crocetta – mi sembrava di sentire che in quell’istante preciso Cristo fosse lì, accanto a me”. Ma poi, ecco un’altra rottura. Crocetta prende parte agli esercizi spirituali insieme al parroco di Gela. Un parroco che continuava a ricordargli che “da un momento all’altro potresti morire”. Quando il giovane Rosario ne ebbe abbastanza, fuggì dal campo, e tornò a casa “percorrendo 40 chilometri a piedi”. Ma nei racconti di Crocetta, la religione è il fulcro attorno al quale ruota tutto il resto. La politica, innanzitutto, visto che la sua adesione al Pci nasce proprio da quell’espulsione dall’ora di religione. Ma anche la mafia. “Non c’è da stupirsi – scrive Crocetta – se le ricorrenze religiose e l’organizzazione delle feste in onore, ad esempio, del santo patrono, finiscono per trasformarsi in occasione di culto della personalità del criminale di turno, secondo un meccanismo che proietta l’ossequio religioso sull’uomo di rispetto”. Tutto ciò con la tolleranza, se non con l’avallo, scrive Crocetta, della Chiesa, che “troppo spesso ha fatto finta di non vedere e, in alcuni casi, si sono registrati addirittura comportamenti ai limiti della complicità”.

La mafia
Insomma, ecco la mafia. Che puntella il libro del governatore entrando, in un modo o nell’altro, quasi in ogni capitolo. Fin dai tempi dell’esperienza da sindaco di Gela, quando denunciò “Totò Di Giacomo, l’uomo che in municipio teneva in pugno il settore delle manutenzioni. Un venerdì santo – prosegue Crocetta – Di Giacomo si piazzò per tutto il tempo dietro di me. Mi sentivo violentato come il Cristo che mi precedeva”. Poi ecco sfilare personaggi come Pippo Sciascia “che avevo indicato come filo di collegamento fra il potente clan gelese Emmanuello e il mondo degli intrecci affaristici che si consumavano ai piedi delle ciminiere”, gli esponenti del clan Madonia, condannati nel processo “Grande oriente” e rimasti a piede libero “perché il giudice Edi Pinatto non aveva trovato il tempo, in otto anni, di scrivere e depositare le motivazioni della sentenza”. Infine, ecco la controversa figura di Emanuele Celona. “Lo avevo conosciuto per caso – dice Crocetta – quando ero assessore alla Cultura”. Celona aveva aperto una libreria in centro, racconta Crocetta, e voleva organizzare degli incontri letterari: “Non mi chiese – precisa Crocetta – un contributo economico, ma solo il patrocinio morale”. Un giorno però Celona rivelerà all’allora sindaco: “Sono stato un uomo di mafia. La libreria l’ho aperta perché voglio cambiare vita”. Così, Crocetta racconta di aver convinto l’uomo a pentirsi. “Celona – prosegue Crocetta – mi aprì gli occhi sul mondo della politica locale. Lo dovrei proprio ringraziare per avermi dato la possibilità di conoscere i legami fra la mafia e parte dell’establishment politico gelese”. Ma nei racconti sulla criminalità, Crocetta ricorda anche la tentata ascesa della Stidda (“A Gela gli equilibri si ruppero durante le opere per la costruzione della Diga Disueri. Ne scaturirono cinque anni di guerra feroce, senza esclusione di colpi”). Una guerra che non risparmiava nemmeno i bambini: “Nel 1990 in pieno centro un commando di killer giovanissimi fece irruzione in una sala giochi e aprì il fuoco lasciando sul terreno i corpi di otto ragazzini uccisi. Ragazzini ammazzati da altri coetanei. Quella sera io mi trovavo a cento metri dal luogo dell’agguato”. Ma la mafia, è anche “lotta alla mafia”, nel libro di Crocetta, che ricorda la svolta della Confindustria nissena avviata da Antonello Montante. Una svolta che passò attraverso lo scontro “con i limiti di una struttura saldamente in mano a Di Vincenzo”. Insomma, ecco la lotta tutta interna a Confindustria: “Io appoggiai Montante, Venturi e gli amici della loro cordata”.

La politica
Ma la cifra costante della vita del governatore, è ovviamente la politica. E in questo caso, la riflessione del presidente, incline spesso a provocazioni e “sparate mediatiche”, fa un po’ sorridere: “Provo un enorme fastidio per questo modo di condurre la politica attiva, sempre più spesso affidata a battute a effetto pensate più per un attore che per una persona che debba operare per il bene comune”. Sarà. Crocetta ammette poi di non avere “mai avuto un rapporto idilliaco con i partiti dei quali ho fatto parte”, ma “loda” la svolta di uno degli alleati: l’Udc di Casini, capace di “prendere le distanze da Cuffaro e dal cuffarismo. In passato – racconta Crocetta – ci siamo combattuti e spesso contrastati, adesso me li trovo a fianco a condividere la stessa battaglia. È una contraddizione? Sono convinto di no”. E l’alleanza con l’Udc ha accompagnato la vittoria di Crocetta alle regionali. Un successo freschissimo, che il governatore ricorda con orgoglio., Anche in riferimento alla creazione della “Lista Crocetta”: “La mia – dice – dopo i tentativi falliti di Leoluca Orlando, Rita Borsellino e Anna Finocchiaro, è stata l’unica lista di un candidato presidente del centrosinistra che è riuscita a superare ampiamente la soglia di sbarramento del 5 per cento e a portare cinque parlamentari in Aula. Sono convinto – scrive nei giorni immediatamente successivi all’elezione – che io una maggioranza l’avrò, perché a essere votate dovranno essere le idee e le proposte. Quanto alla scelta degli assessori, è chiaro – aggiunge – che sono espressione della sensibilità dei partiti della coalizione che mi ha sostenuto”. A parte qualche eccezione, ovviamente, come quella di Lucia Borsellino: (“uno di quegli esseri che ti appagano solo per il fatto di starti vicino. Un giorno le dissi: ti presento la scorta di tuo padre”) e Franco Battiato: “Ho pensato di coinvolgerlo non perché sia un artista famoso, ma perché è un intellettuale raffinato e competente, che tutto il mondo ci invidia e che saprà certamente dare al governo e alla Sicilia un’impronta unica”. E la risposta di Battiato si ritrova in quarta di copertina: “Ho visto Crocetta e l’ho trovato travolgente”. Ma la “rivoluzione” di Crocetta ha già travolto anche lui.


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