Internazionalizzare le imprese |"Una strada obbligata"

Internazionalizzare le imprese |”Una strada obbligata”

Un vivace momento di dibattito organizzato dall'associazione Difesa e Giustizia.

CATANIA. Portare all’estero la propria impresa fra paure, rischi e aspettative di crescita. Un tema ancor più spinoso se trattato in una terra come la Sicilia, in cui le tante piccole e medio attività sono praticamente allo stremo delle possibilità. Tuttavia, il processo d’internazionalizzazione sarebbe una strada obbligata, anche se irta di difficoltà. Se n’è parlato ieri sera nel corso di un incontro dal titolo “Internazionalizzazione di impresa: una strada obbligata”, tenutosi all’hotel Nettuno, il seminario organizzato dall’Associazione “Difesa e Giustizia”. Un evento formativo, destinato agli avvocati, ma utile anche per l’imprenditore che decide d’internazionalizzare la propria azienda affacciandosi al panorama dei mercati stranieri. Una tappa fondamentale per favorire l’incremento delle esportazioni dei prodotti all’estero. “Era utile dare attraverso questo primo convegno un’impronta del genere. La Sicilia, purtroppo, mostra grosse difficoltà nei processi d’internazionalizzazione. Gli imprenditori hanno bisogno di sapere quali strade seguire” – ha spiegato Massimo Ferrante, presidente di Difesa e Giustizia.

“Il mondo dell’imprenditoria – prosegue l’avvocato Ferrante – è limitata dalle stesse nostre leggi, specie sul piano fiscale. L’imprenditore incontra oggi troppo ostacoli, ma la Sicilia è la madre delle piccole e medio imprese. Ecco perché serve il contributo di tutti per crescere”. Il primo passo da compiere per un imprenditore che vuole puntare in alto è quello di non fare tutto da soli.

Secondo Nicola Platania, giurista d’impresa e vice Presidente di Difesa e Giustizia, spetterebbe ai consulenti guidare l’imprenditore nel processo di internazionalizzazione. “Rivolgersi a degli esperti e dei professionisti – spiega – del settore che possano accompagnare l’azienda passo dopo passo nelle fasi iniziali del processo d’internazionalizzazione”. E il consulente chiarisce il nodo che più spaventa, cioè quello delle spese da affrontare. “Internazionalizzarsi – dice – non richiede affatto grossi costi così come qualcuno erroneamente immagina, l’investimento iniziale delle volte ammonta a un paio di migliaia di euro, comprensivi anche delle spese di viaggio. La prima consulenza riguarda la valutazione del prodotto e dei rischi che si potrebbero correre. Solo in una fase successiva, cioè a fronte di un dato fatturato già acquisito potrebbero giustamente aumentare le percentuali”. Ci sarebbero già modelli virtuosi d’internazionalizzazione, da parte di imprese siciliane che avrebbero fatto il grande passo. “Spidwit, per esempio, – continua Platania – è una startup siciliana che è già riuscita ad internazionalizzarsi, ottenendo buoni risultati”.

Lo strumento principe per un’azienda che decide di affrontare la sfida dell’internazionalizzazione è disporre di un serio piano export. “Occorre puntare sul made in Italy, – aggiunge Platania – su tutto ciò che è food, per esempio. In Sicilia abbiamo grandi eccellenze. E’ importante, dunque, che le imprese siciliane operanti in questo settore investano risorse per crescere nel mercato internazionale. Serve, innanzitutto, una costante attività di web marketing, e successivamente ampliarsi aprendo filiali delle proprie imprese all’estero. Catania è una startup dell’internazionalizzazione, stiamo appena entrando in questa nuovo mondo e sono, personalmente fiducioso” – conclude Platania.

Amara la considerazione del professore Maurizio Caserta, ordinario di Macroeconomia all’Università degli Studi di Catania. “Catania di per sé ha registrato punte negative. – afferma – I dati mostrano che il sud va come il resto de paese, ma questa non è un bella notizia. Perché si recuperi l’enorme divario fra le due macro regioni del paese, nord e sud, occorre crescere di più. E’ un problema antico, – prosegue Caserta – Rafforzare l’integrazione nazionale è indispensabile per crescere, al momento non c’è, infatti, omogeneità nella propensione all’esportazione del territorio. Via via che ci si sposta dal nord verso il sud la capacità di esportazione diminuisce. La Sicilia – precisa – ha una forte propensione ad esportare perché c’è il comparto petrolifero, togliendo quello la percentuale si abbasserebbe. Poiché, non potremo contare in futuro su questo settore le cui dinamiche, come è noto, non favoriscono la Sicilia, occorre individuare nuove risorse per rafforzare il progetto di esportazione, anche per quanto riguarda Catania”.

Ma su Catania, il professore evidenzia segnali positivi. “Catania rispetto alle altre provincie presenta le performance migliori. Qui si registra la flessione minore delle esportazioni”. Secondo Caserta, occorre studiare un piano di esportazione fondato sulle energie rinnovabili, “L’energie da fonti rinnovabili sono un mercato sul quale scommettere. – avverte – Siamo una Regione in cui quelle fonti rinnovabili ci sono tutte: dal sole, all’energia geotermica, energia eolica alle biomasse. Sarebbe auspicabile che da parte delle istituzioni preposte ci fosse un’attenzione maggiore in modo da consentire un incremento degli incentivi a favore degli imprenditori che vogliono impegnarsi in queste sfide. L’economia siciliana può rilanciarsi solo se si aprono gli spazi. Popolando il territorio con soggetti nuovi come donne, giovani e immigrati la cui forza propulsiva è maggiore” – conclude Maurizio Caserta.

Di rilievo, poi, l’intervento di Fabio Regolo, sostituto procuratore della Repubblica al Tribunale di Catania. Il magistrato ha sottolineato le criticità che potrebbero presentarsi ad un imprenditore che decide di crescere all’estero. Fra i possibili rischi anche quello di entrare nelle mire della criminalità organizzata. “E’ indispensabile strutturare le aziende intenzionate a crescere all’estero – afferma – in maniere adeguata per essere davvero competitive. Regalando alla propria impresa un cordone ombelicale capace di resistere agli urti, in cui è la persona fisica a rispondere di eventuali errori e non la persona giuridica di eventuali reati, che possono concernere l’ambiente o altro. Il modello organizzativo è dunque lo strumento principe per un’impresa che decide di operare all’estero. Serve fare squadra se si vuole uscire da questo coma etico, occorre un cambiamento di valori. Non basta dire no alla mafia. Serve un cambiamento degli atteggiamenti tipici della “mafiosità” – conclude Regolo.

 

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