In Iran una grave crisi sta scuotendo il paese dall’inizio del 2026: proteste nazionali scoppiate il 28 dicembre 2025, inizialmente per il collasso economico (inflazione oltre il 40-60%, povertà diffusa), si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione aperta contro la Repubblica islamica.
Il regime degli ayatollah ha risposto con repressione estrema: blackout internet totale, uso massiccio di munizioni letali, arresti di massa, torture ed esecuzioni sommarie. Il regime etichetta i manifestanti come “terroristi”, “nemici di Dio”, “agenti stranieri” (USA e Israele), lanciando accuse di guerra contro Dio punibile con la morte.
Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, ha definito le richieste “giuste” ma che bisogna mettere a posto i manifestanti e così il governo minaccia e realizza processi sommari e impiccagioni mentre nega o minimizza le atrocità.
Questo scenario incarna tragicamente un concetto centrale. Quando una religione, qualunque religione, si fa regime allora Dio non c’è. La storia ce lo insegna. In Iran la teocrazia sciita ha trasformato la fede in strumento di potere assoluto, legittimando la repressione come difesa divina. Quando una religione fattasi regime considera gli oppositori politici “nemici di Dio” allora Dio non c’è.
Il dissenso diventa bestemmia, il dibattito civile guerra santa. Quando una religione fattasi regime uccide libertà fondamentali – espressione, protesta, uguaglianza di genere, diritti delle minoranze – in nome di Dio allora Dio non c’è.
Le proteste in Iran mostrano il paradosso estremo: un regime che si proclama custode della volontà divina sta perdendo ogni legittimità proprio perché calpesta la dignità umana in suo nome. La brutalità non ha spento la rabbia, l’ha resa più profonda. Il regime può sopravvivere con la forza bruta forse ancora per un po’ ma l’assenza di Dio – intesa come assenza di misericordia, giustizia e libertà – è ormai evidente nelle strade insanguinate iraniane.
La vera fede, se esiste, non è nei palazzi del potere, nei “sacerdoti” carcerieri, è nei cuori di chi resiste chiedendo pane, dignità e un futuro senza catene. È nei testimoni di ogni tempo dell’amore di Dio.

