Primo indizio. Il Presidente Mattarella, nel suo discorso di fine anno, ha parlato di migranti e di terrorismo, con la sobria nettezza che lo connota. L’allarme avvertito dalle persone, alle prese con la decifrazione quasi impossibile di una minaccia sospesa tra sangue e terrore – ha detto il presidente – non va coltivato, ma nemmeno sottovalutato: per la sicurezza “tutti gli sforzi devono essere posti in essere”.
Secondo indizio. Il capo della polizia, Franco Gabrielli, ha emanato una circolare in cui si chiede una maggiore stretta nei controlli e una più efficace operazione di espulsione degli irregolari, “nell’attuale contesto di crisi – scrive Gabrielli – a fronte di una crescente pressione migratoria e di uno scenario internazionale connotato da instabilità e da minacce che impongono di profondere massimo impegno nelle attività volte a mantenere il territorio ‘sotto controllo’”.
Forse non c’è bisogno di un terzo indizio per battezzare quelle parole e quegli indirizzi per ciò che sono: l’ammissione di una resa incondizionata che fin qui è stata spacciata per accoglienza. E non c’è nemmeno bisogno di vestire i panni demagogici di Matteo Salvini o di Beppe Grillo, per riconoscere gli eventi e chiamarli col loro nome. E’ necessario – questo il senso degli augusti auspici – distinguere tra la disperazione e l’infiltrazione, tra l’uomo che chiede solidarietà e il possibile kamikaze. Non si tratta di un discrimine semplice da individuare, ma il Presidente della Repubblica e il capo della polizia pongono, finalmente, la questione per come appare: non si può più fare finta di niente e diventare il crocevia di tutti i destini e di tutti gli orrori, in un frangente tanto delicato.
Un linguaggio nuovo che si trasforma in indice puntato contro una prassi vecchia, ma recente. Contro il permissivismo di chi – appena fino a ieri – ha permesso quasi di tutto. Ci voleva altro sangue – il camion di Berlino che ha schiacciato, tra le altre, la vita di una giovane italiana – per un irrinunciabile cambiamento di prospettiva. Ci voleva quel conflitto a fuoco che ha visto la morte di Anis Amri, il carnefice di Berlino per consentire una chiara presa di coscienza. Un traguardo senz’altro importante, forse frutto del cambio al Viminale: aprire gli occhi va sempre bene, in ogni momento. Resta, però, un punto irrisolto: quanti strappi si sono consumati, quanti boia hanno attraversato le nostre frontiere, mentre quegli occhi erano – lo ripetiamo: appena fino a ieri – colpevolmente chiusi?

