La responsabilità sociale | e intergenerazionale - Live Sicilia

La responsabilità sociale | e intergenerazionale

Riuscire a sfondare quell’orizzonte sociale miope che troppo spesso non supera l’ambito della propria famiglia o del proprio clan, dando luogo a quello che è stato definito il familismo amorale, è una sfida culturale ancora attuale al sud.

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C’è una regola di vita della migliore tradizione civica americana che meriterebbe di essere fatta propria da noi, soprattutto laddove, come al sud, tale tradizione è mancata per secoli. E’ condensata in tre verbi: learn, earn, serve.

C’è un tempo per formarsi (learn), uno per mettere a frutto ciò che si è imparato (earn) e un altro per restituire alla società, sotto forma di servizio agli altri (serve), una parte di quanto si è avuto la fortuna di ricevere. Si tratta di una forma di responsabilità sociale che dovrebbe riguardare soprattutto coloro che hanno avuto la sorte di poter ricevere un’adeguata formazione scolastica e universitaria, aver viaggiato, fatto esperienze, avviato una professione e goduto, conseguentemente, di una sufficiente libertà sia intellettuale che economica.

Nelle regioni del sud, così come lucidamente analizzò Robert Putnam nel suo studio del 1993, “La tradizione civica delle regioni italiane”, è mancata l’esperienza civica comunale del medioevo, tipica del centro-nord Italia. La sostanziale diversità tra le regioni del centro-nord e quelle del sud, in termini di qualità della classe dirigente, oculatezza amministrativa, partecipazione democratica, dipende dalla diffusa presenza ovvero assenza di quel senso civico, di quel cemento sociale che Putnam definisce col termine di “comunità civica”, il capitale sociale presente e storicamente radicato nella tradizione degli istituti comunali del centro-nord, assente o quasi al sud.

Se dovessi rappresentare con un’immagine, con dei tratti sulla lavagna, questo divario culturale, direi che al sud predominano rapporti e aspettative soggettive di tipo verticale che generano sudditanze nel singolo cittadino verso ogni centro di potere (legale, ma spesso anche illegale), mentre al nord, a questi rapporti verticali, se ne affiancano altri, non meno importanti, orizzontali, tra i cittadini, finalizzati allo scambio solidaristico, all’associazionismo e alla cooperazione economica.

Riuscire a sfondare quell’orizzonte sociale miope che troppo spesso non supera l’ambito della propria famiglia o del proprio clan, dando luogo a quello che è stato definito il familismo amorale, è una sfida culturale ancora attuale al sud. Bisogna imparare a prescindere dai politici invece che limitarsi ad invocarne l’intervento, anche per condizionarne in positivo l’azione. L’assistenzialismo intermediato dalla politica ha peraltro sterilizzato ogni altro genere di solidarietà civile. Chi vive in città meridionali, Napoli come Palermo, sommerse vergognosamente dall’immondizia e afflitte da un’alta percentuale di disoccupazione giovanile, e goda di un minimo di libertà intellettuale ed economica, non può perciò accontentarsi di possedere una casa pulita e confortevole e di aver “sistemato i figli” per continuare poi ad avallare comportamenti socialmente omissivi: chi ha la capacità di capire, ha poi la responsabilità di agire.

 L’azione
Cosa potrebbe fare di utile per la propria comunità di appartenenza chi avvertisse il richiamo di questa responsabilità sociale? Il campo più strategico e urgente, a mio avviso, è quello di favorire la nascita di nuove imprese giovanili sponsorizzate da cittadini maturi che godano, come detto sopra, di un minimo di indipendenza intellettuale ed economica. Cosa potrebbero fare questi ultimi? Penso a quatto azioni:

1. regalare idee di impresa, di quelle conservate e destinate a morire nei cassetti per mancanza di tempo o di voglia di metterle in pratica;

2. offrire un certo numero di ore di consulenza gratuita in base alle proprie competenze professionali;

3. versare in un conto presso una banca specializzata nel microcredito una somma a proprio nome o a quello di un’associazione, dell’Ordine professionale, di un club service, ecc. che venga messa a garanzia di tali iniziative con un moltiplicatore creditizio (es. x4) assicurato dalla banca stessa;

4. partecipare minoritariamente al capitale di queste iniziative sposando il progetto oltre al già prezioso aiuto consulenziale iniziale.

Avremmo risolto in questo modo alcuni dei problemi pratici di avvio di imprese giovanili: inesperienza, costi della consulenza qualificata e accesso al credito. Aziende e studi professionali potrebbero semplicemente esternalizzare funzioni aziendali o professionali con vantaggi organizzativi ed economici. Si tratta infatti di unire l’esperienza di chi è avanti negli anni con l’energia di chi ne ha di meno per creare un vivaio di imprese utile all’intero tessuto economico.

E’ tutto questo un modo sicuramente diverso di intendere sia la l’impegno politico che quello civile che sostanzierebbe una vera e propria innovazione sociale. Si propone, in particolare, un’alleanza tra le generazioni finalizzata alla creazione di imprese magari coerenti con una visione di sviluppo sostenibile e incentrata sulla qualità della vita nei settori del cibo e del turismo di qualità, delle energie rinnovabili, della ricerca, della tutela dell’ambiente, della gestione dei beni culturali, della vivibilità dei centri urbani, dei servizi, dei business incentrati sulla rete, ecc.

Cosa cercano i nuovi ricchi nati dalla globalizzazione? Qualità della vita. Se si lavorasse coerentemente per far riconoscere internazionalmente la Sicilia come un’isola al centro delle civiltà del Mediterraneo caratterizzata da una grande qualità della vita, avremmo di che far vivere bene cinque milioni e passa di siciliani. E il modello varrebbe ovviamente nel resto del meridione e d’Italia.

I soggetti
Penso, in particolare, a quei soggetti intermedi della società rappresentati dai Club service (Rotary, Lions, ecc.) caratterizzati da una presenza trasversale di esperienze lavorative o dagli stessi Ordini professionali oppure dalle associazioni imprenditoriali.

Modalità
Tali aggregazioni sociali presenti diffusamente sul territorio potrebbero cooperare con organismi che vi lavorano nella promozione della cultura d’impresa come ItaliaCamp o la Fondazione Siciliana per la Venture Philanthropy, in collaborazione magari con una testata come LiveSicilia che ha mostrato sensibilità e attenzione al tema. Si potrebbe cominciare con un barcamp, un confronto informale di idee, senza tavolo dei relatori, ma con sedie disposte a cerchio, un microfono mobile e cinque minuti di tempo in cui condensare il proprio intervento, cui partecipino imprenditori, professionisti, business angel e giovani interessati a crearsi un lavoro.

“Si può fare”
Parlo di esperienza vissuta in prima persona avendo dato vita ad iniziative di questo genere che hanno permesso a dei ragazzi di Palermo di diventare imprenditori di se stessi nel pieno rispetto di tutte le norme fiscali e previdenziali, rispetto vissuto come scelta civile ed etica in una società che del bisogno fa un comodo e diffuso alibi per violare le leggi. Se altri mille professionisti in Sicilia facessero qualcosa del genere, la ricaduta occupazionale, diretta ed indiretta, sarebbe rilevante e a costo zero per il bilancio pubblico, grazie alla scoperta del valore civile e sociale della gratuità.

L’impresa è l’unico strumento che conosciamo per creare ricchezza vera: la politica al sud con i suoi stipendifici, molto spesso, non sa far altro che redistribuire ricchezza prodotta altrove, da altri, in modo tanto diseducativo quanto parassitario. L’impresa sana è inoltre, fatto non meno importante, un contesto lavorativo educativo e responsabilizzante sul piano sia personale che civile. Chiudo qui, almeno per ora, questa rubrica nata in collaborazione con il prof. Fausto Provenzano, augurandoci assieme che sia stata di stimolo.

 

 

 

 


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    «learn, earn, serve.» Qualche anno fa sarebbe potuto essere un motto tagliato su misura per Siena e il suo Monte dei Paschi. Un’occasione davvero mancata. E siccome quando ti scivola un piede l’altro gli va dietro, per quella comunità ogni giorno porta una nuova pena. Ecco l’ultima. «Gioco d’azzardo, 5 dipendenti Mps sottraggono 23 milioni di euro alla banca».
    Della serie “il pesce puzza dalla testa”. L’unico verbo che amministratori, dirigenti, funzionari e personale tutto, sanno bene coniugare in quella Banca, senza inciampare neppure una sola volta sulla buccia di banana del congiuntivo, è il verbo rubare. Alla luce dei neri riflessi del Mps, quell’ “Allora abbiamo una banca?”, di Fassino è ancora peggiore della peggiore delle interpretazioni che finora si sono date. Significa, e conferma, che l’obbiettivo segreto dei figli del fu Pci è stato sempre quello di potere rubare con indosso l’abito della domenica. E sotto l’ombrello costantemente aperto delle toghe amiche. Tanto che in un’aula di tribunale si è potuto scrivere e leggere in una sentenza che rubare è sinonimo di fare affari. Senza inciampare nella deontologia. Semmai c’è stato un sussulto ideologico a lungo trattenuto. Per il credo rosso non è forse figlia di secolare depredazione, l’altrui proprietà? Rubare ad un ladro, dunque, è soltanto una naturale distribuzione della ricchezza. E il cerchio si chiude. Peccato che a terra, pugnalata a morte e lasciata annegare nel suo stesso sangue, resta la Giustizia. Ma, come dicono gli strateghi, ogni battaglia ha i suoi danni collaterali. Che diventano esponenziali se l’Istituzione che dovrebbe sovrintendere alla “responsabilità sociale e intergenerazionale” indossa una casacca di parte ed entra in campo a gamba tesa. Da ciò la corsa al tutor a cui potersi aggrappare e le “elezioni” vissute come l’occasione della vita. L’ascensore che se non può cambiare il futuro, almeno, lo può schiarire.

    Condivido totalmente lo spirito, le analisi, gli obiettivi e le strategie proposte da Donato Didonna.
    Per questi motivi, ispirato dalle visioni di Elita Schillaci, ho aderito alla Fondazione Siciliana per la Venture Philanthropy, partecipo con interesse ai progetti promossi da Marco Romano al Parco Scientifico e Tecnologico della Sicilia, frequento con immenso piacere gli eventi organizzati da The Hub Sicilia presso ZOreload a Catania e parlo di questi argomenti con i miei studenti del corso di “Agricoltura biologica”.
    Possiamo farcela, dipende solo da noi.
    Dobbiamo farcela, abbiamo un debito nei confronti della nostra terra e dei nostri figli.
    paolo.guarnaccia@unict.it

    Alla responsabilità sociale, secondo me, non dovrebbe presiedere alcuna istituzione semplicemente perché dipende dal comportamento coerente di cittadini adulti.

    @ Donato Didonna,
    nella Civitas Solis idea republicae philosophica del frate domenicano calabrese Tommaso Campanella, sì, la responsabilità sociale dovrebbe, e forse potrebbe, ma non è detto, camminare sulle proprie gambe. Di parere contrario è Thomas Hobbes. E tanti altri filosofi e antropologici che, nel corso dei secoli, prima e dopo di lui hanno tanto meditato e scritto in merito. Il “comportamento coerente di cittadini adulti” è utopico, più della stessa Città del Sole. Per più di un motivo. Non ultimo il fatto che il cittadino adulto (inteso come cittadino sensato), se mai ha camminato per le strade del mondo, si è estinto, lasciando il posto alle lobbies. Soltanto l’imperio della “Legge è uguale per tutti” può tagliare le unghie dei potenti. Ma fino a quando “quell’ insegna “ è sinonimo di un’impenetrabile torre d’avorio, con i suoi tempi, le sue ideologie e il suo ricco ventaglio di privilegi, non è altro che una lobbie: la più potente. Essendo i loro membri gli arbitri di ogni italica controversia, sia penale che civile. Anche quando a sedere sul banco degli imputati c’è uno di loro. E sembra che tutti, ma proprio tutti, si è strettamente uniti nel fare finta di non vedere che il Csm, uno degli organismi costituzionali più delicati e potenti, quello che doveva vigilare sulla libertà e l’indipendenza delle toghe, e quindi assicurare certezza giuridica agli italiani, è stato trasformato in un tetragono Cda dell’impunibilità delle toghe.

    P.S.:
    Ciò non toglie che mi ha fatto piacere leggerla.
    Con cordialità.

    Viviamo in una società cinica e ingiusta.
    Tutto il resto è noia. Per non dire “masturbazioni mentali”.

    A proposito di responsabilità e di sociale… e se basassimo le nostre azioni, le azioni di TUTTI, su questo semplicissimo prontuario?

    Before you act, listen…
    before you react, think…
    before you spend, earn …
    before you pray, forgive …
    before you quit, try …

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