Catania, quel dato allarmante sulla povertà

La Sicilia è attraversata dalla povertà, quei senza dimora a Catania

schifani film biagio conte
La riflessione del referente siciliano della Comunità di Sant'Egidio

Sicilia, l’urgenza che non passa: i poveri che non vogliamo vedere

I 958 senza dimora censiti dall’Istat a Palermo, Catania e Messina non sono un dato: sono un grido. Sono la prova che la Sicilia continua a convivere con una povertà che cresce, si trasforma, si radica, mentre la politica regionale resta intrappolata in un immobilismo che sfiora l’irresponsabilità. Quasi la metà di queste persone vive in strada, senza alcun riparo, e a Messina la percentuale sfiora il 74%. È un fallimento che non può essere normalizzato.

La Sicilia è povera

La povertà che attraversa oggi la Sicilia non è più quella di un tempo. È una povertà giovane, spesso istruita, mobile, fatta di uomini e donne nel pieno dell’età lavorativa che scivolano fuori dai circuiti del lavoro, della casa, della salute mentale. A Catania quasi il 40% dei senza dimora ha tra i 18 e i 30 anni. È una povertà che non si affronta con misure episodiche, né con l’eterna attesa di riforme annunciate e mai completate.

La Sicilia possiede già strumenti importanti, come la legge regionale sulla povertà, che potrebbe diventare l’ossatura di un sistema stabile, integrato, capace di unire sociale, sanitario e abitativo. Ma questa legge resta troppo spesso sottofinanziata, frammentata, lasciata a metà. Da anni chiedo che ci sia un controllo sulle cifre stanziate proprio perché abbiamo l’urgenza di non disperdere risorse anzi di accrescerle, ma ancora questo non è avvenuto. Spesso si interviene a ondate: un bando, un’emergenza, un tavolo tecnico, poi il silenzio. È la logica correttiva che sostituisce la programmazione, l’eccezione che prende il posto della responsabilità. E intanto la povertà cresce.

In questo vuoto istituzionale, la società civile non arretra. La Chiesa, i movimenti, le comunità religiose e le realtà caritative laiche continuano a essere il primo volto che i poveri incontrano. Penso alla Comunità di Sant’Egidio della quale faccio parte, è in Sicilia un presidio quotidiano di umanità: le cene itineranti, l’ascolto, l’accompagnamento, la capacità di costruire relazioni dove tutto sembra spezzato. È un lavoro silenzioso, tenace, che restituisce dignità prima ancora che servizi e che fortunatamente altre realtà svolgono.

L’esempio di Biagio Conte

Viene ancora in mente un bravo cristiano siciliano, Biagio Conte, che ha incarnato come pochi la radicalità della prossimità. La sua Missione di Speranza e Carità a Palermo ha mostrato che la povertà non si combatte solo con le strutture, ma con la scelta di “stare”, di condividere, di non voltarsi dall’altra parte. Biagio Conte non è stato un’eccezione romantica: è stato un monito civile. La sua eredità ci ricorda che la povertà non è un fenomeno da gestire, ma una ferita da curare.

Ma la carità, per quanto preziosa, non può sostituire la politica. Non possiamo continuare a delegare alle realtà ecclesiali e al volontariato ciò che spetta alle istituzioni. La povertà richiede continuità, non improvvisazione; richiede visione, non rincorse; richiede coraggio, non immobilismo. Dobbiamo tornare al dialogo rispettoso e costruttivo.

Come ripartire

La Sicilia deve ripartire da ciò che già esiste: finanziare in modo stabile la legge sulla povertà, costruire politiche abitative reali, recuperare gli immobili pubblici abbandonati, sostenere chi rischia di perdere la casa, creare un osservatorio regionale capace di leggere le nuove povertà prima che esplodano. Non servono miracoli: serve volontà politica.

I 958 senza tetto non sono un numero da archiviare ma piuttosto sono un indice di civiltà. Sono la misura di quanto siamo disposti a vedere e di quanto siamo disposti a cambiare. La Sicilia ha una tradizione profonda di solidarietà e prossimità. È tempo che questa tradizione diventi anche politica pubblica, responsabilità istituzionale, scelta collettiva.

Perché la povertà non è un destino. È una responsabilità e riguarda tutti noi.


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