C’è un’antimafia silenziosa che non va dimenticata. Vive e opera in un confine complicato, nella trincea quotidiana dello scontro, dei sequestri – lì dove infuria la battaglia – e rappresenta l’ultimo rosario esigibile di un culto che è andato via via spegnendosi.
C’era un’antimafia che ha smarrito se stessa, con le sue inchieste impossibili, con i suoi eroi di ieri caduti nella polvere, con i suoi giudici straziati dalle intercettazioni sui beni confiscati e incatenati ai ceppi del discredito preventivo, in attesa che altri giudici determino l’aritmetica penale di una catastrofe.
Intanto quella catastrofe è sotto gli occhi di tutti. La fiducia nella palingenesi è al minimo storico: non si dubita dei tentacoli della piovra, ma della perizia e della rettitudine dei pescatori di onestà che dovrebbero arpionarla. Le care immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono i paramenti sacri di una chiesetta di campagna dirupata e in disuso. Gli anniversari delle stragi sanguinano di insopportabili retoriche e le anime desiderose di giustizia, ormai, le disertano: perché cercare tra i vivi coloro che sono morti?
Eppure, forse, possiamo ripartire dai militi poco noti delle confische, delle indagini e dei blitz che compiono, ogni giorno, il loro dovere; come è accaduto in via Monfenera, a Palermo, secondo quanto narriamo in cronaca. Si può ripartire da storie che, un tempo, avremmo considerato minute e che, adesso, compongono lo spirito del riscatto.
Ecco l’antimafia che non chiacchiera; che fa e non si mette il vestito della festa comandata, non avendo il tempo di agghindarsi. E prende le botte, se è il caso, perché non ha paura. Ma, per favore, lasciamo da parte le statue.

