L’arte della Sommellerie: conversazione con Antonio Currò - Live Sicilia

L’arte della Sommellerie: conversazione con Antonio Currò

Comunicare il vino, creare empatia ed emozione, formazione, eventi, confronto e collaborazione.
Enogastronomia
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Quando si pensa alla figura del Sommelier, spesso si rischia di incorrere nei soliti cliché: conoscitore esperto di vino, presenza emblematica, a volte ingessata, della sala. Etichettato come “tecnico”, oratore esperto, dalle descrizioni erudite quanto, talvolta, funamboliche.

Noi, piuttosto, preferiamo la definizione che è (o almeno dovrebbe essere) la sintesi di questa figura professionale: un narratore di emozioni.

A questo proposito incontriamo uno di quelli che, certamente, è tra gli attori protagonisti del vasto scenario enoico siciliano. E non solo.

Antonio Currò, oggi Head Sommelier del ristorante 2 Stelle Michelin Il Duomo di Ciccio Sultano, a Ragusa.

“Quella della Sommellerie è un’arte nobile, antica – racconta Currò – come tale va rispettata e onorata”.

E, in effetti, Antonio Currò è uno di quei narratori emozionali, che vede quella del Sommelier più che come una professione, come una vera e propria missione. Il sommelier come guida e compagno di tour enologici straordinari intessuti di storie, luoghi e passioni. Il compito principale è, infatti, proprio quello di accompagnare i propri interlocutori – neofiti, appassionati o semplici fruitori – in un viaggio metaforico, accogliendoli nel mondo del vino come affabili ed accattivanti anfitrioni. Ed ecco che l’erudizione cede il posto al racconto, creando forte empatia e curiosità, stimolando l’interesse. Così la conoscenza della materia, le esperienze accumulate, il grado di cultura che spesso soggiogano il pubblico, divengono un prezioso bagaglio da trasmettere.

“Bisogna abbandonare la tendenza al noioso compiacimento enciclopedico che passa in rassegna nomi di cantine ed etichette come fosse un’Ave Maria – continua ancora Currò – nella mente del cliente deve farsi luce la gioia di immergersi in una materia avvincente in cui ritrovare parte di sé.”

Cosa ne pensa della crisi che sta investendo il settore della ristorazione?

È una crisi figlia del passato. Per tanti anni le scelte dei ristoratori sono andate verso una direzione,  a mio avviso, errata: anni di sfruttamento delle risorse, quest’ultime, raramente identificate con esperti e professionisti di settore. Negli ultimi anni, il Covid ha sicuramente inferto il colpo finale. In più, lo Stato non hai mai fatto passi avanti nella tutela dei lavoratori, riservando agli stessi un contratto collettivo nazionale.

Per quanto concerne la Sommellerie le criticità si evidenziano maggiormente, perché le figure professionali strutturate sono sempre di meno rispetto al passato. C’è una sorta di vergogna nei confronti di questa figura. Forse perché il termine Sommelier, dal francesce, indica letteralmente “un uomo di fatica”, ovvero colui lavora più degli altri. Sicuramente, deve studiare maggiormente. Non basta prendere il diploma.

Oggi però sembra esserci un’inversione di tendenza.

Ultimamente essere Sommelier va di moda, ma pochi sono quelli che hanno veramente la voglia di fare questo mestiere. Sommelier è colui che comunica il vino. Bisogna recarsi in cantina, visitare i terroir, degustare, parlare con i produttori e con i clienti. Non si tratta di leggere meramente le note di degustazione di un vino su un pezzo di carta. Comunicare è trasmettere passione, coinvolgere, affascinare.

Non soltanto. Essere Sommelier significa saper gestire una carta dei vini, una cantina, avere la competenza per fare gli ordini, essere in grado di creare gli abbinamenti giusti. A parer mio andrebbe rivista anche la didattica. Sono necessari corsi specifici per i professionisti. È mia intenzione dar vita, auspico entro il prossimo anno, ad una scuola che formi concretamente queste figure. Potranno partecipare solo i Sommelier che vogliano esserlo davvero. Bisogna smetterla di dare spazio a persone che inquinano questo settore.

Il vino come strumento di conoscenza ma anche di incontro. Da qui nascono molti degli eventi che lei organizza.

Esatto. Il prossimo verte proprio sull’importanza dell’incontro e del confronto: NeNe – Nerello e Nebbiolo, il 3 Luglio nella cantina etnea Palmento Costanzo.

Lei ha, rinomatamente, una predilezione per i vitigni autoctoni etnei, in particolare il Nerello Mascalese.

Ho sempre pensato, fin da quando è stato riscoperto nei primi anni 2000 da Marco de Grazia e Andrea Franchetti, che il Nerello Mascalese avesse grandi potenzialità. Già nel 2005 a Casa Grugno di Taormina, impostai una carta dei vini improntata sull’Etna, dove oltre al Nerello Mascalese figurava anche il Carricante. Questi due vitigni possono, a mio parere, essere comparati ai grandi vitigni italiani.

Per questa ragione, per l’evento in programma, ho scelto le cantine dei Colli Novaresi, del Barolo e del Barbaresco. Cantine che, storicamente, trattano il Nebbiolo. Credo fermamente che confrontarsi con i migliori sia sempre motivo di crescita.

E perché Palmento Costanzo?

Perché ritengo che i vini dell’azienda siano vera e profonda espressione del territorio, non artefatti, non costruiti. Sono vini che vanno attesi, come quelli che vengono dal Nebbiolo. Non dimentichiamo che il Barolo, secondo il disciplinare, deve fare 36 mesi in affinamento, il Barbaresco 24.

Nerello e Nebbiolo: due vitigni simili, con caratteristiche comuni, dal colore allo stile.

Auspico un confronto amichevole tra due realtà vitivinicole distanti ma di eguale importanza. Due grandi territori, due grandi vitigni, di cui ci divertiremo ad osservare differenze e analogie.


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