PALERMO – E alla fine arrivammo al “golpe”. Non c’è solo la Sicilia, su cui spirano inquietanti venti di default, a essere spaccata in due o tre parti per via delle famigerate frane. Anche su Sicilia democratica le frane hanno portato a spaccature insanabili. Certo, il tema non è di quelli che appassiona troppo i non addetti ai lavori. Ma la baruffa interna al movimento fondato dal compianto Lino Leanza ha raggiunto ormai apici da duello rusticano che meritano almeno un tentativo racconto.
L’ultimo capitolo della guerra senza quartiere arriva con un comunicato di questa mattina. Firmato dal capogruppo sfiduciato Totò Lentini. Che già nel titolo grida al golpe, testuale, e attacca il presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone: le sue determinazioni “ in relazione alla modifica di rappresentanza legale del Gruppo parlamentare di Sicilia Democratica per le Riforme ed all’adesione dell’On.le Giuffrida al Gruppo parlamentare, sono andate ben oltre le proprie competenze e sono state dettate quantomeno da superficialità e scarsa competenza”, attacca il deputato palermitano, già al fianco di Leanza in Mpa, Udc e Articolo 4.
Per riassumere le puntate precedenti, la frittata nasce dall’adesione di Sicilia democratica, meglio di un pezzo, al progetto federativo con il Pdr, quella “Sicilia futura” battezzata da Totò Cardinale, che poco piace al Pd siciliano (almeno alla segreteria) e a Rosario Crocetta, che con Cardinale è ormai ai materassi.
Il matrimonio con Cardinale non ha entusiasmato un pezzo del gruppo parlamentare. Tre deputati su cinque (Lantieri, Coltraro e Currenti) hanno mosso degli appunti, insieme ad altri pezzi del partito, tra cui il presidente Nuccio Cusmano. A quel punto il capogruppo Lentini ha aperto le porte a un nuovo entrato, Nicola D’Agostino. Ingresso contro cui si sono pronunciati gli altri tre. E di lite in lite si è arrivata alla sfiducia per Lentini, annunciata ieri insieme all’ingresso di un altro deputato (da questi gruppi dell’Ars si entra e si esce che è una bellezza) e all’elezione del nuovo capogruppo, nella persona di Gaimbattista Coltraro. È finita? Macchè. Totò Lentini, sanguigno come sempre, passa al contrattacco, battezzando come nulli (perché assunti in assenza di maggioranza e da un gruppo non convocato dal capogruppo in carica) gli atti dei compagni di partito.
Oggi, la postilla polemica contro Ardizzone. A cui Lentini dopo un triennio rinfaccia quello che sembra considerare un debito politico: “Sono amareggiato – scrive Lentini – , non mi sarei mai aspettato da parte del presidente Ardizzone un comportamento a tal punto scorretto nei confronti di chi, con il proprio voto, ha fatto sì che alla quarta elezione e con una maggioranza di 46 voti su novanta, ha consentito alla quarta votazione che avvenisse l’elezione”. Allo stesso Ardizzone, eletto dunque col decisivo voto – quanto altri 45 – di Lentini, il capogruppo sfiduciato che rivendica ancora la carica, riserva anche una rievocazione letteraria: “Penso che il sommo padre Dante, che di politica aveva buona esperienza, non esiterebbe a trovare per lui adeguata collocazione all’interno del 33imo girone dell’Inferno tra i ‘traditori dei benefattori’…”.
A Lentini risponde dopo un po’ il presidente dell’Ars, con una sagace nota di poche righe: “Spiace che l’onorevole Lentini si lasci andare a certe intemperanze – dice Ardizzone -, che non si addicono a un leader politico del suo livello. Mi consola, però, che abbia trovato il tempo di dedicarsi a ottime letture, che sicuramente gli torneranno utili nel suo nuovo ruolo”.
Attesa a questo punto la controreplica di quegli altri, magari con un sonetto di Petrarca in allegato per pareggiare i conti. La telenovela promette altri gustosi seguiti. Uno arriva a stretto giro di posta: un documento firmato da una sfilza di dirigenti (tra gli altri Giacomo Scala, Ezechia Reale ed Elio Sanfilippo) contro Coltraro & C. che a loro detta si sono posti fuori dal movimento. “Noi non perderemo tempo in piccole baruffe preferendo dedicarci, senza alcuna brama di posti di potere, a progettare il migliore futuro per la nostra Sicilia”.
Sullo sfondo, la guerra tra Crocetta, Pd e Udc contro il progetto di Cardinale e di riflesso contro Davide Faraone, a cui Cardinale e i suoi fanno riferimento a ogni occasione. Uno scontro che in sedicesimi si riproduce anche all’interno del partito rimasto orfano del suo fondatore, Lino Leanza. Che ieri, in un balletto in verità un po’ macabro, i duellanti eredi nei rispettivi comunicati stampa si contendevano, in una ideale gara su chi fosse il più leanziano dei leanziani. Chissà con quale intelligente battuta delle sue la buonanima commenterebbe lo spettacolo di un partito che senza le sue sapienti cure ha resistito solo quattro mesi prima di implodere in questo scenario da rissa in assemblea condominiale.

