CATANIA – Il Dipartimento di Scienze Umanistiche (DISUM) dell’ateneo catanese ha di recente ospitato una tavola rotonda sulle attività scolastiche in carcere. “Non è la durezza della pena a spegnere la volontà di delinquere”, hanno affermato in apertura gli accademici, “ma la consapevolezza che esistono possibilità diverse”. Comune ai relatori, docenti e dirigenti delle strutture detentive di Catania e Augusta, l’idea di istruzione come motore per il rinnovamento e il riscatto sociale dei detenuti. Si tratta d’un tipo di scuola variegato, vero spaccato di una società in costante divenire, dove alle difficoltà ambientali si aggiungono spesso quelle legate alla comunicazione tra culture diverse. Elisabetta Zito, direttrice della casa circondariale di Catania, ha esordito delineando un quadro storico dell’istruzione carceraria in Italia, introdotta nel XIX secolo e proseguita attraverso il ‘900, dapprima come tentativo di alfabetizzazione e poi sempre più orientata –come ha pure sottolineato la moderatrice, prof.ssa Fabiani- verso un percorso di apprendimento consapevole e critico.
Negli ultimi decenni si sono ulteriormente regolamentati il personale docente e i programmi, uniformandoli a quelli esterni e permettendo così agli allievi di acquisire conoscenze spendibili anche oltre le mura. “Rieducazione è un termine poco felice, tipico di tanti regimi repressivi”, ha fatto notare Antonio Gelardi, direttore della casa di reclusione di Augusta. “La rieducazione dev’essere un bisogno avvertito dalla persona, un mutamento interiore. Da direttore mando sempre il messaggio che queste attività sono importanti: in carcere si può anche imparare ad essere cittadini”. Emilia Elena Spuches ha esposto le varie attività istruzionali che si svolgono nel carcere di Augusta. Oltre cento detenuti sono impegnati in corsi scolastici o professionali, ma anche in discipline sportive ed artistiche: dal teatro ai corsi di disegno e pittura.
L’intento non è certo puramente ricreativo, si spiega, ma serve a mostrare a queste persone ritmi di vita differenti; ampio spazio è dato anche ad attività terapeutiche, per acquisire coscienza dei reati commessi. Loredana Zuccaro ha descritto da docente la propria esperienza nella casa di reclusione: “Non mi baso mai sulla classica lezione frontale: parto da fatti di attualità, che possono interessare di più. Mi ha sorpreso il rispetto che hanno nei miei confronti”. Dal racconto dell’insegnante è emerso un ambiente di persone che, pur nella deprivazione, tentano di conservare i propri sentimenti migliori. Le testimonianze di un ex detenuto e di un detenuto prossimo alla scarcerazione si sono aggiunte ad esprimere schietta riconoscenza verso gli educatori ed entusiasmo verso la possibilità di studiare, per mantenere viva la mente anche durante gli anni di segregazione e vivere meglio la libertà. “Non sappiamo nulla dei nostri alunni e dobbiamo improvvisare di volta in volta”, ha detto al pubblico un’altra professoressa, Marzia Cristaldi, soffermandosi sulla difficoltà nell’instaurare un rapporto con gli allievi.
Questi infatti, oltre ad essere diversissimi tra loro per cultura e provenienza (mentre una classe di scuola è ovviamente più omogenea), ruotano in continuazione perché periodicamente trasferiti in altre strutture. “Impieghiamo un sistema di ‘apprendimento emozionale’ e un tipo di didattica che non procede per accumulo dei dati –come si fa solitamente- ma per tematiche sviluppate lungo più discipline e connesse con l’attualità, per mantenere costante l’attenzione”. Valeria Mirisola, insegnante nella casa circondariale catanese, ha sottolineato l’impatto emotivo di quest’esperienza e la necessità di avvicinarsi ad alunni che spesso non sanno cosa aspettarsi dal docente, sentendosi giudicati per il loro stato. Tema, questo, non facile: più relatori hanno osservato infatti come, mentre la tendenza prevalente nelle carceri sia, ad oggi, preparare i detenuti a reinserirsi nella società, fuori permanga l’idea che questa gente sia “marchiata”.
“Parliamo di ri-socializzazione, ma la società deve comprendere che le persone possono cambiare”, ha ribadito la dott.ssa Spuches, che nella casa di reclusione di Augusta è responsabile dell’area educativa. Dal DISUM sono giunti forti incoraggiamenti in quest’operazione non semplicemente culturale: “Il dipartimento ha tra le sue vocazioni la custodia di un’umanità che nelle carceri non deve essere smarrita: operare per la costruzione di un’umanità autentica è un diritto di tutti”, ha dichiarato il direttore, prof. Giancarlo Magnano San Lio. Dal prossimo numero, si è detto, la rivista di dipartimento ospiterà articoli relativi a questo ramo dell’istruzione, tematica sulla quale l’università ritiene utile focalizzare l’attenzione.

