CATANIA – Accompagnato dai suoi avvocati Guido Ziccone e Alessandro Benedetti, con una cartellina arancione che stringe bene tra le braccia. Raffaele Lombardo, oggi, affronta la terza giornata consecutiva di udienze che vede protagonisti i suoi legali per l’arringa difensiva. La Procura ha chiesto dieci anni di detenzione per l’ex Governatore siciliano su cui pesano le pesanti accuse di voto di scambio aggravato e concorso esterno in associazione mafiosa. Prima di entrare in aula Lombardo, nonostante i legali gli abbiano consigliato la via del silenzio stampa, si concede ai microfoni dei giornalisti e con ironia, capovolgendo i ruoli, ha domandato: “Sapete quante intercettazioni risultino in sette anni del mio telefonino? 320 mila – risponde – Penso che nessun altro politico e non in Italia che possa vantare un tale numero. Considerate che un 10% sono composti da messaggini e sms”.
L’ex Presidente della Regione emette un giudizio sull’andamento dell’udienza di ieri: “Diciamo che ieri si è visto come la cosiddetta fuga di notizie che ha determinato in fondo gli articoli dei primi giorni della storia di questa vicenda (cioè il 29 marzo e seguenti) in cui si parlò di tutto con dovizia di particolari, di quanto poi abbiamo scoperto leggendo gli atti. C’era scritto tutto nei giornali, e questi – incalza Lombardo – hanno ispirato le dichiarazioni dei pentiti che poi sono intervenuti e le cui dichiarazioni poi, passate al vaglio della difesa si sono rivelate, come dire, un castello di carte, una serie di sciocchezze che sono state abilmente demolite dalla prima all’ultima”.
Si interrompe per qualche minuto il leader autonomista stoppato dai difensori, ma poi la sua voglia di parlare vince sulla prudenza a cui lo invitano gli avvocati Benedetti e Ziccone. E il rospo che Lombardo ha bisogno di tirare fuori dalla gola è quel famoso incontro con Di Dio. “Sono state demolite in particolare – spiega – le chiacchiere di Di Dio sul fatto che la sera prima delle elezioni europee sarei stato da lui, ma quella sera invece io ero da tutt’altra parte perché il mio telefono è intercettato dalle celle della cosiddetta zona dei paesi etnei. Ma a prescindere da questo io credo – ribadisce l’ex Governatore – che la procura negli ultimi vent’anni abbia messo sotto controllo i telefoni di centinaia di persone, mafiosi portaborse dei mafiosi autisti fiduciari prestanome dopodiché non c’è una sola telefonata che mi interessi, non mi ha telefonato D’Aquino, e se mi ha fatto chiamare da sua moglie o da suo nipote, i cui telefoni ovviamente sono stati intercettati dalla procura, non c’è alcuna telefonata che mi riguardi”.
Parole già dette in altre occasioni, ma che nei corridoi del tribunale di Catania assumono un valore diverso. Sono le parole di un uomo, di un politico e di un ex esponente delle istituzioni che rischia non solo la galera, ma la sua credibilità. A microfoni spenti Lombardo mette l’attenzione dei giornalisti sulla cartelletta che tiene nelle mani, contenente i documenti che sarebbero i protagonisti dell’udienza di oggi.
Accanto a Lombardo, come lunedì e martedì, il figlio Toti e la moglie Saveria Grasso. La famiglia unita per questo momento, sicuramente, di forte pressione emotiva. Oggi ha terminato la sua arringa l’avvocato Alessandro Benedetti, domani davanti al Gup Marina Rizza parlerà Guido Ziccone per due giorni. Tutto sempre a porte chiuse, come prevede il rito abbreviato. Venerdì i due legali faranno le loro richieste al Giudice.


