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Ma che importa la razza | del cattivo e del buono?

La cittadinanza non può essere usata come un dono per gli eroi e come una sanzione per i criminali.

Voci dalla comunità
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L’autista che ha tentato la terribile strage di San Donato Milanese, in cui hanno rischiato di morire 51 bambini su uno scuolabus, oltre ai terribili crimini in cui è incorso, ha un’altra colpa, o meglio, un’aggravante: è un italiano acquisito. O, se preferite, un italiano con troppe varianti: cittadino italiano di origine senegalese, italo-senegalese, franco-senegalese con cittadinanza italiana; sono solo alcune delle variabili con cui è stato indicato sui giornali il mancato stragista.

Autorevoli esponenti del governo ci informano che è allo studio la revoca della cittadinanza per l’autista. Lo permette una norma del decreto sicurezza voluto dal governo giallo-verde. In base a questa norma, chi commette un reato e non è cittadino italiano dalla nascita, non deve vedersela solo con il codice penale, ma è marchiato con un’aggravante che ha quale conseguenza la restituzione del passaporto.

Ora, qui non si discute la colpevolezza o meno di Osseynou Sy – questo è il nome dell’autista italiano nato in Senegal -, anche se dovrebbe essere la magistratura a stabilire quale sia la pena giusta per i reati che ha commesso. La questione centrale è che la sua nazionalità dovrebbe essere irrilevante in questa discussione.

Al contrario, per chi vede il mondo attraverso le lenti deformanti dello ius animalium, quel che conta è il sangue, attraverso cui si trasmetterebbe il sacro gene della nazionalità. Anche Ramy si trovava sullo scuolabus della mancata strage. Egli è stato colui che è riuscito a nascondere un cellulare al criminale e ha materialmente chiamato le forze dell’ordine. Ramy è un ragazzino di 13 anni, cresciuto in Italia da genitori egiziani. Il vice-premier Di Maio ha dichiarato che sarebbe favorevole a concedere la cittadinanza a Ramy e anche Matteo Salvini starebbe considerando questa opzione.

In base ad uno ius culturae purtroppo inesistente nelle leggi, ma presente nella società reale, Ramy è già italiano: parla la lingua italiana, frequenta la scuola​ italiana, ha gusti e passioni identici a quelli dei suoi compagni italiani. Ma Ramy ha dovuto rischiare la vita ed essere indicato come eroe, per riuscire, forse, ad avere la nazionalità italiana. Osseynou Sy, il Caino che voleva uccidere Ramy-Abele e i suoi compagni, non merita solo una pena adeguata per quanto ha commesso (probabilmente l’ergastolo, se i magistrati lo riconosceranno colpevole di tentata strage), ma dev’essere espulso dalla comunità nazionale.

Altri, più esperti di me in materia, diranno quale terribile torsione del diritto sia questa. Io mi limito a dire che la cittadinanza non può essere usata come un dono per gli eroi e come una sanzione per i criminali. Caino è italiano, come tanti altri di cui è popolato il nostro splendido e terribile paese. Espellerlo serve solo a dare corpo all’illusione di chi indica nel male un corpo estraneo e coltiva il mito della purezza della razza. Ramy-Abele, che da grande vuol fare il carabiniere e che vorrebbe la cittadinanza anche per gli altri suoi amici nati e cresciuti in Italia, ci indica la via di una saggezza antica, che appartiene alla storia del nostro paese.

È la via di una nazione che si è costruita nei secoli, attraverso una cultura capace di attrarre gli altri e di includerli in una comunità più vasta. Non smarriamo questa storia, per il mito di una identità costruita in base alle alchimie del sangue e della razza.

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