Mafia, l'amministratore giudiziario catanese e la "doppia contabilità"

Mafia, l’amministratore giudiziario catanese e la “doppia contabilità”

Nell'inchiesta anche le rivelazioni di un collaboratore di giustizia

CATANIA – “Di fatto venivano mantenute due contabilità, una ufficiale che veniva poi messa a disposizione dell’amministratore giudiziario, che non andava in azienda tutti i giorni, ed una in nero, che veniva utilizzata dai parenti di Ofria Salvatore”.

A parlare è un collaboratore di giustizia, che si è espresso con i pm della Dda di Messina sulla gestione dell’amministrazione giudiziaria della Bellinvia. Impresa di Barcellona Pozzo di Gotto confiscata alla mafia. Per gli inquirenti, nonostante la confisca, sarebbe stata nelle mani, grazie alla compiacenza dell’amministratore giudiziario catanese, della famiglia mafiosa barcellonese degli Ofria. A parlare è il giovane collaboratore di giustizia Marco Chiofalo.

La premessa dell’ordinanza

“L’amministrazione giudiziaria resa testa di legno della famiglia mafiosa dei barcellonesi”. È il titolo della premessa del gip Salvatore Pugliese, nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di 15 persone, tra cui Salvatore Virgillito, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Catania e amministratore giudiziario che era stato incaricato di gestire l’azienda.

L’azienda confiscata, si legge nell’ordinanza, svolgeva la vendita di parti di ricambio anche ricavati da auto destinate alla demolizione. “Si tratta di beni che dovrebbero essere registrati negli appositi registri da tenersi a cura dei centri raccolta e demolizione”, ricorda il gip.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia

Ma per il pentito “le fatture e gli scontrini emessi erano di importo minore rispetto al reale prezzo di vendita praticato al pubblico. Le somme guadagnate attraverso queste operazioni di sotto fatturazione vengono trattenute dai familiari degli Ofria, che le utilizzano per le proprie esigenze”

Il collaboratore di giustizia ha aggiunto che a parlargliene era stato Giuseppe Ofria, nel carcere di Pagliarelli a Palermo, dove entrambi erano detenuti.

La famiglia del clan sempre presente

La famiglia Ofria non aveva nessun ruolo, nessuna titolarità, nessuna motivazione legittima per essere neppure presente nei locali dell’impresa. Invece gestivano e incameravano tutti i proventi in nero, con passaggio di denaro contante direttamente nella loro mani.

Si sarebbero impossessati del denaro o direttamente dalla casse o da un contenitore, un borsello di colore nero, dove venivano conservati parte dei proventi delle vendite in nero all’interno dei locali dell’impresa Bellinvia.

Le conclusioni del gip

Secondo il gip, formalmente “l’amministratore giudiziario ha svolto la sua attività al servizio dello Stato” e finalizzata a sterilizzare l’impresa da ogni cointeressenza con la famiglia mafiosa cui è stata espropriata”.

Ma “sostanzialmente” avrebbe fatto “tutto il possibile, tutto ciò che era necessario perché nulla cambiasse”.

Una “drammatica gestione diretta”

In questo modo, i familiari di Salvatore Ofria avrebbero continuato a gestire “in assoluta autonomia l’attività dell’impresa con modalità tali da consentire una continua appropriazione di denaro, attraverso la simulazione della distruzione dei registri, attraverso la gestione diretta delle casse e degli uffici amministrativi in capo ai familiari di Ofria, che in quei locali neanche dovevano avvicinarsi, nonché attraverso le attività poste in esser al fine di assicurarsi che continuasse la carica di amministratore in capo al Virgillito”.

Aveva il “compito specifico di impedire qualsiasi, anche indiretta, forma di infiltrazione, mentre, nella specie, si assiste ad una drammatica gestione “diretta”, assoluta e immediata da parte del nucleo familiare degli Ofria, ogni giorno presente negli uffici per impossessarsi dei proventi cosi sottratti allo Stato”.

Il commercialista ha negato tutto

Assistito dagli avvocati Alberto Gullino e Angelo Mangione, Virgillito è stato interrogato dal gip e ha respinto le accuse. E i suoi legali hanno già fatto sapere che stanno per presentare ricorso al Tribunale della Libertà.


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