CATANIA – “Io sono intervenuto solo perché erano stati minacciati i figli di Napoli”. A domanda risponde, Rosario Bucolo, ma l’ultimo pentito del clan Santapaola – un uomo del pizzo operante nella zona del Castello Ursino – racconta con nonchalance storie che sembrano uscite da un film con Al Pacino. Solo che all’ombra dell’Etna, la cocaina non arriva dai cartelli della droga boliviani, ma dai calabresi. Che non sono certo dei creditori remissivi. Tutt’altro.
E quando resta in sospeso, da pagare, una partita di droga da 300 mila euro – perché nel frattempo Ciccio Napoli, presunto boss provinciale di Cosa Nostra catanese, è pure finito in carcere – le minacce si fanno pesanti. E serie. A garantire per i Santapaola, in una specie di mondo alla rovescia, era stato un appartenente a uno dei suoi gruppi satellite, il clan Laudani. I “mussi i ficurinia”. Che ovviamente chiede conto.
L’intervento del clan
È a quel punto che Bucolo interviene. La domanda che gli era stata posta, da un appartenente alla famiglia Santapaola coinvolto in quella compravendita di cocaina, era chi avesse preso il posto di Napoli, dopo l’operazione Sangue blu. Napoli infatti nel 2022 era finito in carcere, e poi al 41 bis, con l’accusa di essere un capomafia. Inizialmente Bucolo non vuole dare troppe spiegazioni. Ma poi la situazione cambia.
“Venne da me dal momento che per questo mancato pagamento aveva problemi con “Orazio U Vitraru” del Clan dei Laudani – spiega Bucolo agli inquirenti -. Il problema era dovuto al fatto che Orazio era stato l’intermediario e il garante dei calabresi che avevano fornito la droga a lui, che poi lui aveva fatto avere a Ciccio Napoli. Durante questo primo incontro mi dissero anche che questi calabresi avevano minacciato di sequestrare un figlio di Napoli”.
Un boss o la sua famiglia sono off limits
La minaccia, ovviamente, si estendeva pure all’altro uomo del clan coinvolto in quella storia di droga. E soprattutto, i calabresi, erano andati a disturbare pure alcuni familiari di Napoli. A quel punto, dice Bucolo, non era più un affare personale” dell’altro appartenente al clan. “Non poteva essere toccato un famigliare di Napoli, motivo per il quale cominciai ad informarmi sulla vicenda”. Un boss o la sua famiglia, in pratica, non si toccano.
Alla fine il nome del successore di Napoli, indipendentemente dalla scelta recente di mantenere “riservati” i nomi dei capi, viene fuori. “Io non gli parlai subito di Ciccio Russo, inizialmente perché si trattava di una questione personale, solo quando cominciarono a minacciare il sequestro dei figli, la situazione cambiò”.
L’incontro con Russo
“Volevano sapere chi parlava in nome della famiglia Santapaola-Ercolano dopo l’arresto di Ciccio Napoli, gli dissi che c’era Ciccio Russo che era lui che parlava per tutti – ha fatto mettere a verbale Bucolo -. lo do loro questa informazione solo quando vengo a sapere che i calabresi volevano sequestrare il figlio di Ciccio Napoli. Quando ho incontrato casualmente Ciccio Russo (…), gli dissi del problema degli Scuto e lui mi disse di sbrigarmela io e di tenerlo aggiornato. Non sono sicuro se sapesse già della questione o meno”.

