Lorefice, il durissimo discorso alla città

Mafia, politica, violenza: la nuova peste. Le parole dure di Lorefice

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Il discorso alla città dell'arcivescovo
PALERMO
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14 min di lettura

Durissime le parole dell’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, stasera (mercoledì 15 luglio), in occasione del discorso alla città: uno degli appuntamenti del Festino. Parole contro la mafia, contro la politica ‘contigua’ e perfino di critica alla Chiesa. “Abbiamo tradito Palermo!”. Lo proponiamo integralmente.

Mafia, politica, peste: la sintesi

“Devo dirvi, a voce alta, che la peste è tornata a Palermo. Penso al ritorno prepotente e asfissiante del racket. Alla trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene le brave persone. Alla violenza diffusa e senza scrupoli. Alla recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia che ha nella sua stupidità la maggiore pericolosità. Già la mafia è stupida e meschina, a cominciare dai suoi sedicenti vertici, come hanno dimostrato le ultime efficaci operazioni dei carabinieri e delle forze di polizia”. Così l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice nel suo discorso alla città per il 402° Festino di Santa Rosalia, la patrona della città.

“Di fronte a tutto questo, pensare solo alla repressione non basta e rischia anzi di portarci fuori strada. Rendiamoci conto – e lo dico anzitutto alle donne e agli uomini della politica, del governo, a chi ha responsabilità civili ed ecclesiali a qualunque livello – che la vera sfida è sociale e culturale. Tutto questo accade – ha detto l’arcivescovo – perché il lavoro manca drammaticamente. Perché i licenziamenti (pensiamo in questo Festino alla vertenza dei lavoratori ex Almaviva che attendono trepidanti il completamento dell’iter burocratico regionale in vista del loro reimpiego) vanno avanti a una velocità e con una determinazione disumana; perché la pandemia del pizzo ci stringe e le denunce sono poche; perché i giovani sono scoraggiati e scelgono di andare via o di rifugiarsi nell’alcol, nella droga, in ciò che li distrugge”.

E le principali responsabilità, secondo monsignor Lorefice, “ricadono anzitutto su una politica che fatica a fare scelte lungimiranti, quando non si devono addirittura registrare contiguità con ambienti e logiche mafiose. Queste responsabilità ricadono su un’economia dello scarto e dello sfruttamento, basata sulla corruzione e sull’indifferenza”. E “ricadono su una Chiesa che evidentemente non ha testimoniato in maniera adeguata e luminosa la buona notizia del Vangelo, sull’esempio dei nostri santi: da Rosalia a Giacomo Cusmano, e dei martiri della fede, come Pino Puglisi e Rosario Livatino, e della giustizia, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. E la lista sappiamo che sarebbe molto più lunga”.

“Diciamolo senza mezzi termini: non abbiamo amato Palermo, se non l’abbiamo addirittura tradita! E ora dobbiamo in fretta pentirci e rimediare, senza scusanti, senza lungaggini, senza compromessi. Alziamoci in piedi! Domani sarà troppo tardi!”

Il discorso integrale dell’arcivescovo Lorefice

Care Sorelle, Cari Fratelli, Amiche e Amici che siete convenuti qui stasera. Porgo intanto a tutte e a tutti il mio saluto più affettuoso. Vi abbraccio calorosamente in questa sera così significativa per la nostra Città, la sera della nostra Rosalia. È bello ritrovarsi chiamati da lei. Come un appuntamento per dirci come stiamo, per aggiornarci su di noi e sulla realtà ecclesiale e sociale che viviamo. Non si tratta mai per noi, infatti, di una celebrazione di facciata o di un momento folkloristico. Eppure, quest’anno sento una particolare vibrazione del cuore. Penso che la Santuzza è innanzitutto l’emblema di Colei che ha fatto fronte alla peste e ha liberato la nostra Città. Sono eventi accaduti quattro secoli fa. Stasera però dobbiamo coglierne tutta la potente attualità. Perché devo dirvi, a voce alta, che la peste è tornata. È tornata in diverse forme: a Palermo, in Italia, nel mondo. Dobbiamo prendere coscienza diquel che sta accadendo attorno a noi, per condividerlo e per presentarlo stasera davanti alla Santa che tutti ci rappresenta e ci sostiene.

Palermo, la peste è tornata

Cominciamo da Palermo, perché, care concittadine e cari concittadini, la peste è tornata a Palermo! Ogni anno, durante questo appuntamento, abbiamo riflettuto sui problemi della nostra Città. Ma permettetemi di dire che stasera è diverso. Riemergono vecchie ferite di Palermo ma insieme alle nuove. Sono sotto gli occhi di tutti. E chiunque abbia una responsabilità – io per primo – non può girarsi dall’altra parte. Il nostro omaggio alla Santuzza sarebbe vuoto e insulso se davanti a lei, stasera, non ci impegnassimo tutti per una svolta.

Il ritorno asfissiante del racket

Sono ferite mortali per il corpo sociale della città. Penso al ritorno prepotente e asfissiante del racket. Alla trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene le brave persone. Alla violenza diffusa e senza scrupoli. Alla recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia che ha nella sua stupidità la maggiore pericolosità. Già la mafia è stupida e meschina, a cominciare dai suoi sedicenti vertici, come hanno dimostrato le ultime efficaci operazioni dei Carabinieri e delle forze di Polizia. A loro un sentito grazie!

Di fronte a tutto questo, pensare solo alla repressione non basta e rischia anzi di portarci fuori strada. Rendiamoci conto – e lo dico anzitutto alle donne e agli uomini della politica, del governo, a chi ha responsabilità civili ed ecclesiali a qualunque livello – che la vera sfida è sociale e culturale.

Sos lavoro

Tutto questo accade – diciamocelo con franchezza – perché il lavoro manca drammaticamente. Perché i licenziamenti – pensiamo in questo Festino alla vertenza dei lavoratori ex Almaviva che attendono trepidanti il completamento dell’iter burocratico regionale in vista del loro reimpiego – vanno avanti a una velocità e con una determinazione disumana; perché la pandemia del pizzo ci stringe e le denunce sono poche; perché i giovani sono scoraggiati e scelgono di andare via o di rifugiarsi nell’alcol, nella droga, in ciò che li distrugge.

Tutto questo accade perché le dipendenze servono ad apparecchiare il lauto banchetto della mafia, che sfrutta il disorientamento, la frustrazione, la disperazione dei giovani per mangiarci su, con sprezzo totale dell’umanità e senza rispetto per la vita. Una mafia fanfarona e bambinesca volta ad attirare consenso e per questo disposta alla violenza predatoria e da assalto pur di impadronirsi dei territori, pronta a intimidire, a minacciare, a incentivare lo sporco sommerso della criminalità e della manovalanza.

Le colpe della politica

Ma sbaglieremmo – lo ripeto con forza – se addossassimo ad altri le principali responsabilità. Esse, nella nostra Isola e nelle nostre realtà locali, ricadono anzitutto su una politica che fatica a fare scelte lungimiranti. Quando non si devono addirittura registrare contiguità con ambienti e logiche mafiose.

Queste responsabilità ricadono su un’economia dello scarto e dello sfruttamento, basata sulla corruzione e sull’indifferenza. Ricadono su una Chiesa che evidentemente non ha testimoniato in maniera adeguata e luminosa la Buona Notizia del Vangelo, sull’esempio dei nostri santi, da Rosalia a Giacomo Cusmano, e dei martiri della fede, come Pino Puglisi e Rosario Livatino, e della giustizia, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. E la lista sappiamo che sarebbe molto più lunga. Diciamolo senza mezzi termini: non abbiamo amato Palermo, se non l’abbiamo addirittura tradita!

Alziamoci in piedi

E ora dobbiamo in fretta pentirci e rimediare, senza scusanti, senza lungaggini, senza compromessi. Alziamoci in piedi! Lo faccia tutta Palermo, facciamolo tutti, dalle donne e dagli uomini delle Istituzioni a tutte le Palermitane e i Palermitani. Chiediamoci: ma noi la amiamo davvero Palermo? Palermo ci sta a cuore come sta a cuore a Rosalia? Se guardiamo a lei non possiamo avere dubbi. Care Concittadine, Cari Concittadini, vi supplico, dal profondo del cuore: dimostriamo il nostro amore per Palermo! Agiamo con decisione e iniziamo oggi a cambiare le cose. Domani sarà troppo tardi!

Ma la peste è tornata anche in Italia, in maniera forte, prepotente. Si tratta del diffondersi di una mentalità e di una politica del rifiuto, del respingimento dell’altro. Il Santo Padre è venuto a Lampedusa, pochi giorni fa, proprio per porre un segno profetico di continuità con il magistero di Papa Francesco. In che cosa consiste la lezione di Papa Leone XIV e del suo amato predecessore? La sintetizzerei così: in ogni donna, in ogni uomo, è impressa l’immagine vivente di Dio. Siamo tutti fatti a sua immagine, così come il creato, uscito dalle sue mani e nel quale San Francesco riconosceva l’impronta misteriosa del Dio buono e altissimo. Questa radicale parità dell’umano, questa creaturalità che ci raduna, questa consapevolezza che siamo tutti sull’unica barca della vita, che siamo tutti sorelle e fratelli, è oggi violentemente messa in
questione.

L’annuncio del Vangelo

Non si tratta – come alcuni hanno voluto rilevare – di un’ingerenza politica del Santo Padre, di uno sconfinamento. Né tanto meno di buonismo. No, mie care e miei cari, si tratta del Vangelo. È il Vangelo l’annuncio potente della liberazione dei prigionieri, del Regno di Dio per i poveri, della parola che dice: «Non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra perché uno solo è il Padre vostro che è nei cieli, e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,9).

Ogni manifestazione esterna di religiosità, ogni proclamazione dell’identità cristiana o cattolica che si faccia scudo del nome cristiano per giustificare il rifiuto del debole, del povero, del migrante, si trasforma in un insulto alla verità annunciata dal Cristo Signore. Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale, geografica è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica ed umana e sfrutta l’insicurezza, la frustrazione, il risentimento della gente per individuare un capro espiatorio su cui scaricare il negativo della vita sociale e politica.

Il porto dell’accoglienza

L’Italia è chiamata ad essere – e Palermo, come la Sicilia e le altre Isole della Regione, ne sono l’emblema – il porto sicuro dell’accoglienza, il luogo della prossimità, lo spazio di una politica fondata sul coraggio e non sulla paura, sull’eguaglianza e non sulla divisione, sulle pari opportunità sociali ed economiche e non sul dislivello morale. Una politica della vita e non della morte, che tenga presente il faro della Costituzione come punto di riferimento incontrovertibile di tutto l’agire collettivo.

Alla peste che distrugge opponiamo stasera la fraternità del Vangelo che guarisce e la Magna Carta della Costituzione che ci riunisce. In ultimo, non possiamo nasconderci che la peste è tornata nel mondo. La peste più subdola, insidiosa, terribile: la guerra. Stiamo ricominciando a considerare la guerra come una continuazione della politica. Stiamo tornando a sancire un diritto alla guerra, ovvero un diritto del più forte sul più debole. Le guerre di questi ultimi anni, il linguaggio dei potenti del nostro tempo, il dibattito politico odierno fanno sempre più riferimento alle armi e alla guerra come un dato ineliminabile, necessario. La divisione del pianeta in miliardi di poveri e in pochi milioni (o forse poche migliaia) di privilegiati pare non essere un problema, quasi che l’ingiustizia sia un destino scritto nelle stelle.

La cancellazione dell’altro

Distruggere la vita altrui è ritenuto nuovamente possibile alla luce del sole, se tale atto è giustificato dall’annientamento del nemico: i bambini, le donne, gli innocenti sono, da questo punto di vista, puri «danni collaterali». Siamo di fronte a una sistematica cancellazione del volto dell’altro. Ma – care amiche, cari amici – è un mondo alla rovescia quello che non capisce che gli altri non sono il nostro inferno bensì la nostra salvezza.

Ogni vita chiusa in sé stessa, ogni paese chiuso in sé stesso, ogni ordine (o disordine) mondiale basato sulla forza usata contro l’altro è destinato a implodere, a seccarsi, a morire. Diventiamo donne e uomini specchiandoci nel volto di chi si prende cura di noi. Se questo volto viene occultato, distrutto, perdiamo la nostra umanità, perdiamo ciò che ci costituisce. Certo, la peste della guerra è subdola e potentissima. Inquina i pozzi e rovina le sorgenti della vita. Quel che abbiamo costruito negli ottant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, quell’ordine simboleggiato dall’ONU e rappresentato per noi dalla solenne dichiarazione dell’art. 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra», sembra venir meno quasi in un batter d’occhio. Ma questa distruzione è stata preparata da decenni di squilibri, di ingiustizie, di mancanza di attenzione ai poveri e agli ultimi. Ora la storia ci presenta il conto. Ora leader senza pietà e senza pudore, avviluppati nel loro narcisismo delirante, possono gioire della morte di altri, possono giustificare la guerra spacciando la conquista per legittima difesa. Oggi succede che nei vertici dei grandi del mondo si ricevono in regalo una pistola dedicata con i nomi e il kit dei proiettili.

Ecco, davanti a questo noi dobbiamo levarci stasera e guardare a Rosalia. La storia della

nostra Santuzza è, prima di tutto, una storia di scelta e di rottura. Quando nel 1624 la peste attanagliava Palermo, trasformandola in un lazzaretto a cielo aperto, la città era piegata non solo dal contagio biologico, ma dal senso di impotenza totale. La scoperta delle ossa della Santuzza sul Monte Pellegrino non fu solo un evento religioso: fu un atto di speranza collettiva che ridiede dignità a un popolo che aveva smesso di credere nella possibilità di guarire. Oggi, guardando alle pesti contemporanee, il richiamo alla figura di Rosalia assume un significato nuovo, civile e spirituale insieme. La peste del 1624 era infatti un male fisico, visibile, misurabile. Le pesti odierne sono più subdole: sono pesti dell’anima, dello spirito umano. Rosalia ci aiuta a curarle. Pensiamo alla guerra, a questa forma estrema di negazione dell’altro. Invocare Rosalia significa oggi chiedere il coraggio di chi, come lei, ha rinunciato ai privilegi nobiliari e all’affermazione di sé per un’esistenza di verità. La pace non è assenza di conflitto, ma la presenza di una giustizia che la Santuzza ci insegna a cercare nel silenzio dell’ascolto.

Rosalia contro la prepotenza

Pensiamo alla prepotenza dei grandi della terra: Rosalia ha abbandonato la corte normanna per cercare il suo sposo, Cristo, nella nudità della grotta. È l’eterna protesta dell’umile e del povero. È il suo grido silenzioso levato verso Dio. Rosalia ci ricorda che il potere reale non è quello che domina, ma quello che si fa servizio. Pensiamo all’indifferenza verso chi migra: Rosalia è stata la pellegrina che ha cercato casa tra le rocce del Monte, il Monte Pellegrino appunto, e per questo noi Palermitani non possiamo non vedere nei migranti di oggi il volto della Santa, l’icona stessa della sua presenza in mezzo a noi. Rosalia è per eccellenza la pellegrina e la migrante, colei che non ha potuto restare a casa sua, la ragazza che ha dovuto lasciare e fuggire. Accogliere il migrante, allontanare la follia della remigrazione: questo significa stasera venerare Rosalia.

Insomma, amici miei, l’abbiamo capito: il Festino non deve essere una ricorrenza folkloristica. È, nell’essenza, un esame di coscienza della nostra Città. Le reliquie della Santa che sfilano per le strade di Palermo ci ricordano che la salvezza passa attraverso la comunione, attraverso la condivisione. Chiedere a Santa Rosalia di liberarci dalle pesti attuali significa, concretamente, vigilare. Vigilare per non lasciare che il rumore delle armi copra il grido di chi soffre. Significa accogliere: riconoscere nell’altro – nel migrante, nel diverso, nello scartato – la stessa scintilla divina che la Santa ha coltivato nel suo eremitaggio. Significa resistere: opporsi alla prepotenza con la forza dolce ma inflessibile dei princìpi, proprio come fece Rosalia quando scelse il rigore della penitenza invece della sottomissione alle logiche di palazzo.

Certo, non possiamo pretendere che una processione fermi magicamente le guerre o cambi i cuori induriti dei governanti. Ma possiamo fare della figura di Santa Rosalia un modello di resistenza etica. Possiamo dire a chi ci governa: prima di firmare una legge pensa a Rosalia, a quello che lei rappresenta per Palermo, alla Palermo che ‘è’ Rosalia. E solo dopo verifica se quella firma è ben posta o se devi cambiare strada. Lo dicevamo, non si tratta di scaricare su altri la responsabilità.

La Santuzza ci insegna

Con il suo esempio la Santuzza ci insegna che il cambiamento non parte mai dall’alto, ma bensì dalla terra, dalla grotta, dal basso. La peste del ’600 fu vinta quando il popolo smise di guardare solo alla propria sopravvivenza e iniziò a guardare alle proprie radici spirituali. Liberarsi dalla peste dell’ingiustizia richiede lo stesso sguardo: tornare all’umano. La preghiera a Rosalia, oggi, diventa un impegno a non essere mai spettatori della sofferenza altrui, ma a diventare, nel nostro piccolo, animatori di una processione che trasporta la speranza nelle piazze del mondo, specialmente là dove il buio della guerra e dell’odio sembrano aver preso il sopravvento.

Rosalia ci illumini e ci accompagni sui sentieri della giustizia, della verità e della pace. Nelle nostre case, nei nostri paesi, nel mondo intero. La sua luce non venga meno. Palermo la guardi, la ammiri e si ispiri.

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