Marta, Vincenzo e altre lacrime | Il ponte delle nostre fragilità

Marta, Vincenzo e altre lacrime | Il ponte delle nostre fragilità

Marta Danisi e Alberto Fanfani

Due ragazzi che dovevano sposarsi. Vincenzo e lo stupore che avrà provato. Cronaca di una tragedia.

Eppure è così che inspiegabilmente ci sentiamo, al sicuro sopra un ponte sospeso. Eppure è così che viviamo, come se la strada fosse interminabile e dovesse congiungersi, di oggi in domani, con una specie di temporale eternità. E poi scopriamo che non è vero, che non è mai stato vero.

Piangiamo per i morti di Genova, con un fondo di paura in più nell’anima. Perché la tragedia immane e insopportabile a cui abbiamo assistito – le responsabilità andranno chiarite a norma di diritto, con severità e celerità, che ci sia almeno giustizia in tanto dolore – è una colossale e crudele metafora del nostro perpetuo dondolare sull’abisso. Bastano sei metri, è sufficiente un camion che si ferma appena più in qua per sfogliare, in senso inverso, l’almanacco del destino. Allora, non ci resta che gridare: “Oddio, oddio!”. L’urlo della nostra incredulità, la voce di tutti.

La patologia di un evento inaccettabile ricorda, in un ingrosso che sgomenta, la fisiologia della friabilità che ci interroga, il tormento da cui tentiamo vanamente di fuggire. Il ponte che crolla è un monumento all’orrore e alla disperazione, un segno di feroce inciviltà, un promemoria che prende alla gola.

Piangiamo per Marta, ragazza siciliana di Sant’Agata di Militello, l’irrompere del suo viso dolcissimo in tanta devastazione l’ha resa ancora più ravvicinata. Era un’infermiera, Marta Danisi, che aveva riversato nel suo lavoro la bontà di un carattere generoso e altruista: la memoria è talmente univoca da non potere essere scambiata per l’indulgenza del cordoglio. E aveva trovato l’amore. La risacca delle persone perdute ha condotto qui, accanto a noi, la foto di una felicità spazzata via. Marta e Alberto nello stesso sorridente bagliore, prima dello schianto. Lui era medico, dovevano sposarsi. Piangiamo per loro che sono morti solo per avere attraversato una struttura sospesa in un giorno d’estate, mentre altri si sono salvati, perché non c’erano. Mai come in questa circostanza le combinazioni della casualità appaiono atroci.

Infatti, i social che raccordano lo spirito dell’epoca alla sua comunicazione rimbombano di malcelati sospiri di sollievo che non contraddicono le lacrime, ma le rendono, semmai, più umane. Ed è tutta una narrazione di superstiti che di lì passarono un’ora, un giorno o un anno fa…

Piangiamo per Vincenzo Licata, cinquantotto anni, di Agrigento. Non è impossibile immaginarne lo spalancarsi dello sguardo davanti all’incredibile: l’asfalto che si apre come in una scena da film dell’orrore, il vuoto improvviso, l’impensabile che si fa realtà. Piangiamo per tutti i morti, uniti dalla trasversalità del lutto. Per la famiglia che pregustava la vacanza in Sardegna, per Samuele che ha chiuso gli occhi a otto anni, per la sua mamma, per il suo papà che aveva postato foto gaie di spensieratezza e adesso rimangono quelle e l’account ‘in memoria’ su facebook.

Piangiamo. Gridiamo. Chiediamo giustizia. E poi cominciamo a rifletterci, a pensarci che siamo ospiti di un ponte sospeso, per riempirlo di grazia, di bellezza, di affetti, finché resta in piedi. E crediamo pure, senza vergognarci, a certe storie che accarezzano l’anima sdrucita in un momento tanto efferato. Dio, forse, esiste e vive a Genova, a Sant’Agata, ad Agrigento, ovunque sia necessario che prenda domicilio. Una notte, chissà, saremo dall’altra parte della strada, finalmente al sicuro. Ci vorremo un bene senza fine. E ricorderemo con un sorriso i Ferragosto del nostro dolore.

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