Messina, la mafia dei pascoli che razziava i soldi dell'agricoltura

La mafia dei pascoli che razziava i soldi dell’agricoltura

Il blitz svelò la modernità dei mafiosi dei Nebrodi. Ecco la sentenza

PALERMO – Il maxi blitz di tre anni fa svelò che la mafia messinese era tutt’altro che “babba”. Una patente di ingenuità troppo frettolosamente affibbiata dai boss di Palermo e Catania. LEGGI LA SENTENZA

Nella zona dei Nebrodi per certi versi erano molto più avanti. Niente droga, niente armi: i soldi li hanno fatti mettendo le mani sui fondi europei destinati ad aiutare l’agricoltura siciliana ed invece finiti ad ingrassare i clan.

Affari sicuri e soprattutto poco appariscenti. L’inchiesta della Procura di Messina, allora guidata da Maurizio de Lucia oggi a capo dei pm di Palermo, portò in carcere un centinaio di persone, molte delle quali ora condannate dal Tribunale di Patti.

I mafiosi conquistavano prestigio e potere. Rimanendo arroccati sulle montagne le famiglie dei Batanesi e dei Bontempo Scavo avevano raggiunto picchi di modernità che la criminalità in altre zone della Sicilia si sogna.

La “mafia dei pascoli” non esisteva più. I fatti spazzavano via la definizione. Aveva lasciato il posto ad un reticolo di 150 imprese, affidate a insospettabili professionisti, in grado di canalizzare risorse comunitarie per milioni di euro facendo finta di lavorare su terreni strappati con la violenza, questa sì antica, ai legittimi proprietari. Senza i terreni non potevano incassare il fiume di denaro convogliato su conti esteri e fatto rientrare in Italia con articolate operazioni finanziarie che ne facevano perdere le tracce e l’olezzo.

Alla base di tanta modernità, però, c’erano arcaici legami di sangue. Batanesi e Bontempo Scavo invece della guerra facevano affari.

Le parole del Gip Mastroeni, che tre anni fa firmò l’ordinanza di custodia cautelare, fotografavano la capacità dei mafiosi di “dialogare, con i suoi mezzi illeciti, con l’Europa e uno Stato che può risultare indietro e in difesa”. E così hanno conquistato terreno, sociale oltre che materiale. A Tortorici ad esempio Cosa Nostra era diventata una sorta di “classe sociale”, e come tale “contrastabile ma non eliminabile”, dove l’arresto era un passaggio obbligato. “Un destino, con il suo prezzo messo in conto”, scriveva il giudice.

Ed è in questo contesto che si era inserito, per scardinarlo, l’ex presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci vittima di un attentato al centro di sospetti e polemiche. Fu la Commissione regionale a non vederci chiaro. Si spinse addirittura a usare la parola “messinscena”, invitando gli investigatori a dissipare i dubbi.

Nel maggio 2016 la macchina blindata con cui Antoci e la scorta percorrevano di notte la strada statale per Cesarò fu raggiunta da diversi colpi di fucile. La Procura di Messina cerò di trovare, senza riuscirci, di movente e autori. Sono state eseguite intercettazioni a tappetto (non solo nel contesto mafioso ma anche fra investigatori e vittime dell’attentato), analizzati i mozziconi di sigarette trovati ai lati della strada, studiati i dettagli balistici, ma l’inchiesta si era chiusa con l’archiviazione.

La Commissione antimafia partì da una premessa che individuava tre ipotesi: attentato mafioso fallito, atto puramente dimostrativo o simulazione senza che Antoci ne fosse al corrente. Delle tre ipotesi, però, i commissari ritenevano che quella del “fallito attentato con intenzione stragiste apparisse la meno plausibile”.

“Pure elucubrazioni mentali”, scrisse in maniera netta il giudice che archiviò l’inchiesta. “Illazioni”, addirittura che non cancellavano l’efficacia del protocollo di legalità sottoscritto da Antoci con il prefetto di Messina. Un protocollo che ha reso obbligatoria la presentazione del certificato antimafia per i concessionari e che avrebbe scatenato la reazione mafiosa con l’attentato fallito.

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