Il Bambinello che ora guarda, finalmente libero e un po’ corrucciato per la prigionia di un anno nello scatolone apposito, è più grande di me, anche se non è cambiato. Mia madre lo aveva precedentemente sistemato in un luogo contiguo al Presepe che campeggia nel salone, quasi perché familiarizzasse di nuovo con il suo ambiente consueto. Il 24, allo scoccare della mezzanotte, lo ha messo nella sua mangiatoia, pensando a un figlio, perché i presepi sono la storia di una maternità.
E io lo guardo, questo Bambinello notturno, invecchiato, senza essere vecchio, con una punta di malinconia, come accadrà a tanti, con la stessa domanda che ci ferisce nell’intimo, se pure non la diciamo ad alta voce: che fine ha fatto la nostra speranza? Adesso che la vorremmo disperatamente si nega, come l’omino del sale che passava sempre, quando non c’era bisogno, salvo sparire all’occorrenza.
Per cautela, davvero, non ce lo diciamo ad alta voce, mentre rimpiangiamo le nostre feste natalizie da bambini col Bambinello. Eppure, non è una esclusiva nostalgia dell’infanzia. Viviamo tempi incattiviti in cui pure i mansueti sono chiamati a esibire una modica quantità di ferocia.
Allora, da dove partire per ricominciare a sperare? Un esercizio utile può essere il seguente: mandare un messaggino, chiedendo: tu cosa speri, cosa desideri, come combatti contro la marea che sale, che fai dei tuoi giorni? Che cos’è il Natale per te? Cosa temi? Una catena benefica e non molesta. Vale la pena di tentare con chi ha vissuto l’esperienza di un incontro reciproco ed è rimasto come un punto fermo, un faro nel mare. Un messaggino, appunto. Un whatsapp. Una telefonata. Un sms, per ricevere un orizzonte luminoso, parole calde e frammenti di esperienza che rincuorino. Quello che volete. In questo caso, al whatsapp inviato a un elenco non troppo meditato, c’è chi ha risposto con le ragioni personali del proprio incessante avere fede.
Teo Pinto, medico palliativista: “I bambini possono insegnarci molto e i bambini malati ancora di più. Ci dimostrano come insieme si può superare un ostacolo che può sembrare così grande, da apparire insormontabile. Ci fanno capire l’importanza di valori come l’amicizia, la solidarietà, l’accorgersi delle difficoltà dell’altro nonostante le proprie difficoltà legate alla malattia. In questo momento stiamo curando una bellissima bambina, dagli occhioni splendidi pieni di speranza e di voglia di vivere. Nel suo cuore, come in quello di tutti i bambini malati, c’è sempre il profumo della speranza e noi tutti, forse, dovremmo prendere esempio da lei. Da parte degli operatori della Samot”.
Aurelio Puleo, direttore del pronto soccorso di Villa Sofia: “Il Natale sia un’occasione di riflessione anche per i laici, sul senso della vita di ciascuno di noi e sul destino stesso dell’umanità e del mondo. Sentiamoci un’unica grande famiglia tutto l’anno, perché se per risalire bisogna toccare il fondo allora siamo a metà dell’opera. Buon Natale di speranza a tutti”.
Renzo Messina della Comunità di Sant’Egidio: “Il Natale è semplicemente un bambino che nasce. Se pensiamo a quando in una famiglia nasce un bambino ci viene subito in mente che quella piccola e fragile creatura diventa il centro delle attenzione e delle premure: il motivo della gioia. Tutti sperano che quel bambino cresca bene, in salute, questa speranza diventa contagiosa e quella famiglia diventa più bella. La speranza per questa città e per questo mondo è che intorno a questo bambino del cielo, che torna a nascere, cresca la gioia di una famiglia larga, la famiglia degli uomini, delle donne, degli anziani, dei bambini, degli stranieri, di chi è solo, di chi è ammalato, in una sola parola la famiglia dell’umanità alla quale auguriamo di riscoprire il suo cuore”.
Anna Ponente, direttrice del centro diaconale ‘La Noce’ dell’Istituto valdese: “Siamo chiamati, come mai prima d’ora, a essere prossimi gli uni verso gli altri, a scambiarci le esperienze e a sostenerci reciprocamente per affrontare la paura e il rischio più forte, l’incapacità di riconoscere nell’altro la vulnerabilità e il bisogno di aiuto. Auguriamoci di trovare sempre il coraggio di esercitare un altruismo coraggioso, capace di lottare per i diritti e, in questo clima di criminalizzazione e di irrazionalità, non cedere ‘bevendo alla coppa del rancore e dell’odio’ (Martin Luther.King), ma continuare a camminare insieme per trasformare le discordanze in un impegno comune per le libertà di tutti e di tutte”.
Sofia Muscato, in sintesi anima poetica: “Io credo che esista un luogo dentro di noi dove è Natale tutto l’anno. È il luogo dove se anche le luci si spengono, si riaccendono subito dopo; è il posto dove la neve non fa paura e se ascolti bene, senti anche dei campanelli in mezzo al buio. Il mio augurio è che ognuno possa trovare, dentro di sé, questo spazio pieno di gratitudine, speranza e gentilezza e da lì possa illuminare quella parte di mondo che è destinato a custodire”.
Alessandro Amato, giornalista, che sceglie di denunciare troppe leggerezze, con il suo augurio: “Abbiamo davvero l’imbarazzo della scelta. Quale auspicio, quale emergenza da affrontare e risolvere prima delle altre? Il pizzo che uccide il commercio, per esempio. Ma non saranno le mie parole a cambiare la situazione. I rifiuti che ci sommergono? Che schifo! Ma anche in questo caso le mie riflessioni sarebbero inutili. Allora, voglio toccare un argomento che, spero, ci faccia pensare, perché questo è un problema che ci vede protagonisti ogni giorno. Resto atterrito davanti al numero di incidenti stradali, davanti alle vite spezzate per strada. I numeri sono alti e dipendono quasi esclusivamente dalla leggerezza, dall’incoscienza, dalla strafottenza di ognuno di noi. Pensiamo che tutto sia possibile, pensiamo di essere i padroni della strada. Pensiamo che gli incidenti riguardino altri, che i pericoli non ci sfiorino. E, invece, siamo tutti in pericolo: automobilisti, pedoni, centauri, ciclisti. Lo racconta la cronaca. Dovremmo imparare a rispettare la nostra vita. Pensando che, quando commettiamo una irregolarità, non sappiamo mai chi c’è dall’altra parte della barricata. Arriva uno sconosciuto? Un amico? Un parente? Pensiamoci e, forse, impareremo ad essere meno sovversivi al volante”.
Pino Toro, presidente dell’Ail Palermo: “Possiamo riscoprire il valore della solidarietà che è un po’ venuto meno. Oggi siamo quasi intimiditi, abbiamo paura di essere buoni e generosi, di andare verso il prossimo, di tendere la mano. Ma io sono fiducioso in un vero cambiamento e nutro speranza per il futuro”.
Altri auguri si aggiungeranno, segni di interpunzione tra il pranzo e la tombola. Piccole cose, niente affatto originali, ma necessarie. Quando cominci a non vederle più, avverti il dolore che lasciano con la voglia di speranza. Dolore e speranza vanno sempre insieme nel cuore di tutti. Accade anche alle mamme che mettono il Bambinello nel Presepe, la notte di Natale, con qualsiasi tempo. Una capanna. Un sorriso. Una stella. E pensano a un figlio.

