PALERMO – L’11 aprile 2006 lo scovarono a Corleone. Nella sua Corleone. La sua latitanza finiva laddove era iniziata. Si era solo spostato dai vicoli del paesino alle campagne circostanti. In mezzo, però, c’erano stati 43 anni di fuga. Una vita da latitante.
A Renato Cortese, il superpoliziotto della Squadra mobile di Palermo che lo scovò in un casolare, disse “voi non sapete cosa state facendo”. Inevitabile pensare al “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”, pronunciato da Gesù Cristo in croce. Chissà se fu questa frase a ispirare Provenzano, religioso com’era. O meglio, come credeva e diceva di essere, ricalcando un cliché perverso e inaccettabile del repertorio mafioso.
Una lunga vita da latitante, la sua. Una scalata ai vertici di Cosa nostra piena di omicidi e stragi che hanno insanguinato l’Italia. Prima dell’aprile di sette anni fa, l’ultima volta che un agente delle forze dell’ordine guardò in faccia il padrino era stato il 9 maggio del 1963, quando lo convocarono in caserma a Corleone per accertamenti. Pochi mesi dopo, il 18 settembre del ’63, venne denunciato per l’assassinio di Francesco Streva, vittima della guerra di mafia con cui Luciano Liggio scalzò don Michele Navarra dal trono.
Fu l’inizio della latitanza di Provenzano, Binu u Tratturi, fidato luogotenente di Liggio che di lui diceva “spara come un Dio, ma ha il cervello di una gallina”. Il tempo avrebbe smentito quella frase, consegnandoci la figura di un padrino in ascesa e pronto, dopo avere raccolto il bastone del comando di Totò Riina, ad avviare la stagione dell’inabissamento. La mafia cambiava strategia: niente più scontro frontale con lo Stato a colpi di bombe, ma penetrazione sistematica nelle istituzioni e negli affari. Sempre senza farsi mai acchiappare.
La primula rossa era un fantasma. Un giorno, però, si materializzò, era la fine del 2003, in una clinica francese. Aveva attraversato tutta l’Italia in macchina, protetto dagli amici di Villabate, per sottoporsi ad un intervento chirurgico alla prostata. Nella struttura sanitaria marsigliese i pubblici ministeri italiani fecero prelevare il campione di Dna che sarebbe servito, tre anni dopo, a identificare in maniera certa l’uomo scovato a Montagna dei cavalli che aveva per altro ammesso di essere colui che stavano cercando.
La sua rete di protezione scricchiolava. I magistrati e i poliziotti decimarono il suo esercito di fedelissimi. Mentre lo braccavano intuivano, giorno dopo giorno, che stava per finire la fuga dell’uomo che diede l’ordine per gli attentati di Capaci e via d’Amelio nel 1992 e l’anno dopo a Firenze, Roma e Milano. Per lui sono fioccate le condanne all’ergastolo assieme a Totò Riina. Assieme, d’altra parte, avevano portato i corleonesi al potere, dopo avere massacrato gli storici capi della Cosa nostra palermitana. Un legame indissolubile su cui, però, le recenti indagini hanno gettato delle ombre.
C’è infatti chi ha sostenuto, Massimo Ciancimino su tutti, che sia stato Provenzano a tradire il capo dei capi in cambio di un salvacondotto per andarsene in giro indisturbato. E qui si innesca il capitolo dei misteri e delle presunte mancate catture. Due alti esponenti dell’arma, il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, si sono ritrovati sotto processo, ma ne sono usciti assolti e indenni. Un’assoluzione che potrebbe pesare sul processo per la cosiddetta trattativa Stato-mafia. La posizione di Provenzano, che della trattativa sarebbe stato l’ultimo grande regista, era stata stralciata per le sue condizioni di salute. Non ha avuto il tempo di vedere, da vivo, come finirà la storia dello Stato che processa se stesso.

