Oliveri contro Patronaggio: |"La corte d'appello non ha colpe"

Oliveri contro Patronaggio: |”La corte d’appello non ha colpe”

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Il presidente della corte d'appello di Palermo: "Forse la procura generale non ha tenuto conto delle indicazioni che le erano state date dai giudici nel primo provvedimento con cui si rigettava la richiesta di divieto di espatrio"

Caso Dell'Utri
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PALERMO – “Non amo le polemiche e non intendo sollevarne, ma spiacciono le dichiarazioni fatte sulla stampa dal sostituto procuratore generale. La corte d’appello non ha alcuna colpa in questa vicenda. Piuttosto, forse, la procura generale non ha tenuto conto delle indicazioni che le erano state date dai giudici nel primo provvedimento con cui si rigettava la richiesta di divieto di espatrio per Dell’Utri”. Dopo l’intervista rilasciata dal pg Luigi Patronaggio, che sottolineava come il suo ufficio avesse da tempo segnalato ai giudici d’appello il pericolo che Marcello Dell’Utri potesse fuggire, interviene il presidente della corte d’appello di Palermo, Vincenzo Oliveri, che ripercorre tutti i passaggi della vicenda facendo intendere chiaramente che se responsabilità ci sono state certo non sono dei suoi giudici. “A marzo scorso – spiega – dopo la condanna a 7 anni dell’ex senatore, il pg chiese al collegio che aveva emesso il verdetto – la terza sezione presieduta da Raimondo Lo Forti – l’arresto di Dell’Utri sulla base appunto di un paventato pericolo di fuga. La corte, allora, non ravvisò gli elementi che provassero il pericolo di fuga e respinse l’istanza”. I giudici argomentarono che la presenza dell’imputato al processo fino all’ultima udienza, quella in cui venne emessa la sentenza, escludeva che l’ex senatore avesse intenzione di scappare. Il 4 marzo, dopo un anno, dunque, il pg è tornato alla carica, chiedendo ai giudici il ritiro del passaporto e il divieto di espatrio per l’ex senatore. “La corte, applicando la legge, – prosegue Oliveri – ha risposto che per il reato di cui Dell’Utri è accusato l’unica misura cautelare da chiedere è il carcere, non il divieto di espatrio. A quel punto l’accusa, invece di seguire la legittima pista chiaramente indicata dal collegio, ha fatto ricorso al tribunale del riesame e ha prodotto le intercettazioni del fratello dell’imputato a sostegno della sua richiesta”. “Il tribunale del riesame, – spiega – adducendo l’inutilizzabilità delle conversazioni, gliel’ha rigettata”. “Solo a questo punto il pg ha chiesto finalmente alla corte la misura cautelare della custodia in carcere – prosegue – e a spron battuto i giudici gliel’hanno concessa. Queste sono le valutazioni giuridiche, il resto sono considerazioni giornalistiche, direi”. Per buttare acqua sul fuoco, infine, Oliveri aggiunge, però, che “la legge antimafia è uno sconcio, non è organica, è caotica e spesso tra le sue maglie ci si perde”.

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