"Colpiti con un'ascia o strangolati"| Quattro ergastoli per 4 omicidi - Live Sicilia

“Colpiti con un’ascia o strangolati”| Quattro ergastoli per 4 omicidi

La macchina ritrovata bruciata dopo la scomparsa di Failla e Mazzamuto

Storie di orrore e morte. La vendetta di Cosa Nostra e i racconti dei pentiti

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PALERMO – Quattro ergastoli per altrettante storie di orrore e morte. Di uomini strangolati o uccisi con un colpo di pistola alla tempia e sepolti chissà dove. La Corte di assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, ha condannato al fine pena mai Salvatore Cataldo, Antonino Di Maggio, Giovan Battista e Vincenzo Pipitone. Accolta in pieno la ricostruzione del pubblico ministero Amelia Luise. Stralciata la posizione di Ferdinando Gallina che da tempo si trova detenuto negli Stati Uniti in attesa che venga evasa la richiesta di estradizione.   

Ne aveva già parlato Gaspare Pulizzi, ma furono le dichiarazioni di Nino Pipitone a svelare i macabri retroscena degli omicidi di Francesco Giambanco, Antonino Failla, Giampiero Tocco e Giuseppe Mazzamuto. I delitti furono commessi fra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila.

Ecco come Pipitone raccontava la tragica sorte toccata a Giambanco, un ragazzo che nel 2000 pagò con la vita alcuni furti e incendi messi a segno senza l’autorizzazione della famiglia mafiosa di Carini, alleata con i Lo Piccolo, boss palermitani del rione San Lorenzo.

“L’ordine di uccidere questo ragazzo proveniva dai miei zii Giovan Battista e Vincenzo, nonché da Antonino Di Maggio – mise a verbale il pentito – so che questo ragazzo aveva dato fastidio muovendosi per furto o altro senza autorizzazione… la decisione mi fu comunicata a fondo Giglio, nella campagna di mio zio Giovan Battista, oltre a me c’erano Giovanni Cataldo (oggi deceduto, ndr), Gaspare Pulizzi, Ferdinando Gallina e Antonino Di Maggio. I miei zii dissero – aggiunge – che i Lo Piccolo, Sandro e Salvatore, erano d’accordo…. qualche giorno dopo Cataldo chiamò Giambanco e gli diede un appuntamento al suo deposito dietro il cimitero di Carini”.

Ed è qui che fu consumato il delitto: “… mentre Cataldo parlava con Giambanco, che era arrivato con una jeep, io, Pulizzi e Gallina uscimmo allo scoperto, prendemmo la vittima per le mani e i piedi, Cataldo lo colpì alla testa con un attrezzo da lavoro… a Giambanco scivolò una 357 magnum… la prese per ricordo Gallina… la jeep con il cadavere fu guidata da Pulizzi, io ero con Gallina in una macchina dietro. Cataldo rimase nel deposito per ripulirlo dal sangue, arrivati nei pressi di un torrente incendiammo la macchina”. Quel che restava del cadavere di Giambanco fu ritrovato qualche giorno dopo dalla polizia.

Di lupara bianca, invece, si parla nel caso di Failla e Mazzamuto. Pipitone partecipò al delitto, ma non sa dove si trovano i corpi. “In compagnia di mio zio Vincenzo e di mio zio Giovanni ci recammo da Totò Cataldo, che aveva fissato un appuntamento a casa sua, che si trova a Villagrazia in via dei Limoni – raccontò il collaboratore di giustizia -. Trovai Cataldo, Antonino Di Maggio, Angelo Conigliaro nonché le due vittime. Vi era anche Gaspare Pulizzi, in mia presenza Conigliaro prese Failla, colpendolo con un’ascia e stordendolo, per poi strozzarlo. Di Maggio che era armato prese Mazzamuto che fu colpito… la corda al collo di Failla fu messa da Angelo Conigliaro e dai miei zii Giovan Battista e Vincenzo, la fase dello strangolamento è durata alcuni secondi”. Conigliaro è ormai deceduto.

Per Pipitone fu il battesimo dl sangue: “È stato il primo omicidio al quale ho assistito, fui coinvolto nelle attività di occultamento dei cadaveri che furono messi in alcuni sacchi e lasciati nel bagagliaio della macchina di Mazzamuto che fu schiacciata con mezzi meccanici da Pecoraro e Cataldo e occultata in un terreno che però non so indicare. Durante lo strangolamento, mio zio Vincenzo urlava a Failla ‘sei uno sbirro’… Failla e Mazzamuto erano responsabili dell’incendio di un supermercato di titolarità di Amato, ma non dissero espressamente che questa era la causa dell’omicidio”.

Per uccidere Tocco inscenarono un finto posto di blocco. Tocco era in macchina con la figlia di sette anni: “…. c’è a picciridda nna machina… camu a fari cu sta picciridda”. La bambina piangeva: ” … papà, papà… non andartene… “. Il padre capì che stava andando incontro alla morte e tentò di salvare la figlia: “… non prendetevela con lei, è chiaro?… “. La figlia chiamò subito la madre: ” … mamma, mamma, la polizia ha preso papà… hanno controllato se aveva la patente, non so dove è andato, mi sono spaventata da morire… lo mandano in galera? … voglio andare via, non mi sento bene… ‘”. In macchina cominciò l’interrogatorio di Tocco: “… fustivu a Partinico stamatina?… a cu ammazzasti?”.

Gli attribuivano il delitto di Giuseppe Di Maggio, figlio di don Procopio, boss di Cinisi. “Io ti ammazzo… facemu i cosi beddi puliti”, disse uno dei componenti del commando. Tocco pensava solo alla figlia: “C’è a picciridda in macchina”. In precedenza sono già stati condannati all’ergastolo Salvatore e Sandro Lo Piccolo, quali mandanti.


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