PALERMO – Venerdì 20 marzo. Due uomini, padre e figlio, percorrono in macchina via Oreto. Il posto di blocco dei finanzieri del Gico non è casuale. Sanno che l’auto presa a noleggio passerà da lì con un carico di cocaina. Dopo una rapida perquisizione ne vengono sequestrati più di 4 chili. Un chilogrammo all’ingrosso si compra tra i 35 e i 40 mila euro, ma il valore raddoppia una volta che la droga viene tagliata e piazzata dai pusher sul mercato.
Del blitz di più non trapela, ma ci sono due certezze. A Palermo arrivano più di dieci chili di cocaina purissima al mese e la stima è per difetto. I corrieri sono spesso incensurati o con piccoli precedenti penali. Nulla di specifico, però, come nel caso de due arrestati che abitano al Villaggio Santa Rosalia. Il figlio ha confessato e tentato di scagionare il padre. Si sarebbe fatto accompagnare, ma il genitore nulla sapeva della droga nascosta dentro un borsone. Un racconto che non convince.
Un viaggio di rientro da dove, Campania o Calabria? I finanzieri coordinati dalla Procura della Repubblica stanno cercando di ricostruire la trasferta e non solo. Per chi lavorano padre e figlio? L’ombra delle famiglie mafiose è pesante. Non si comprano quattro chili di cocaina senza il benestare e i soldi di Cosa Nostra. Ne consegue un’altra domanda: chi gestisce i traffici in una zona dove l’ultima batosta processuale è di pochi mesi fa?
La cocaina sequestrata doveva alimentare il mercato dello sballo dei figli benestanti di Palermo che hanno bisogno della spinta per divertirsi. E poi ci sono i figli disperati, quelli che piombano nel buco nero del crack ricavato dalla cocaina con un processo chimico. Nei rapporti della prefettura ci sono assuntori a soli 12 anni.
Palermo è diventato n hub per la droga che arriva nella Sicilia occidentale, per poi essere smistata nelle province di Trapani e Agrigento.

