PALERMO – È la notte del 30 aprile scorso. Due uomini giungono in via Don Minzoni con una Lancia Y. Il passeggero scende, imbraccia un Kalashnikov e inizia a sparare contro la facciata di una casa e una Fiat 500 parcheggiata nella strada vicino via Don Orione.
I poliziotti della squadra mobile completano il puzzle investigativo sulla raffica di mitra e la successiva vendetta a colpi di pistola in via Montalbo. Un episodio che si inserisce nella spirale di violenza in cui è piombata da mesi la città.
La ricostruzione della Procura
Giovanni e Salvatore Gioè erano già finiti in carcere assieme a Rosario Sposito. Secondo la ricostruzione della Procura di Palermo, alla caccia all’uomo contro Danilo D’Ignoti avrebbero partecipato anche Massimo Gioè e Riccardo Civiletti, tra gli otto fermati di ieri.
Guidavano i due scooter mentre i passeggeri, Giovanni e Salvatore Gioè, esplodevano i colpi di pistola che ferirono D’Ignoti alla coscia sinistra e casualmente alla gamba anche una passante. Un altro proiettile si conficcò nel portabagagli di una macchina parcheggiata. Sul seggiolino del sedile posteriore era seduta una bambina di 13 mesi. Ha rischiato di essere una vittima innocente assieme alla donna.
Per i colpi di mitragliatrice sparati in via Don Minzoni sono stati fermati D’Ignoti e Dionisio Mineo. L’obiettivo era Sposito per costringerlo a pagare un debito di droga.
D’Ignoti e Mineo sono cugini. I poliziotti hanno estratto i filmati dei giorni precedenti in cui si distinguono pantaloni, felpe, scarpe e casco indossati da due indagati mentre se ne andavano in giro con un T Max.
Alle 23:35 del 30 aprile i due vengono immortalati dalle telecamere mentre transitano nelle vie Don Orione, Montalbo, Venanzio Marvuglia e Simone Gulì.
Poi, si dividono. D’Ignoti sul T Max, Mineo al volante di una macchina che risulterà rubata. L’ultima immagine li immortala 19 secondi dopo l’una e 45. Da lì a 4 minuti la sparatoria. Sarebbe Mineo l’uomo che scende dalla Lancia Y imbracciando un Kalashnikov. Le immagini sono nitide. Quindi risale a bordo della Lancia Ypsilon e scappano. Successivamente D’Ignoti sarebbe tornato a recuperare il T Max che aveva parcheggiato in via Calogero Nicastro.
Le intercettazioni
Il resto lo hanno fatto le intercettazioni grazie a cui si è scoperto il movente della droga. D’Ignoti aveva chiesto a Sposito, che lo racconta ai parenti, il pagamento di 4.000 euro: “… ci fu quella situazione e quello avrà detto o recupero i soldi o li cacate voi altri… per questo è ritornato per cercare di recuperare i soldi… lui ha detto ora il problema lo avete voi”, dice Sposito.
Subito dopo la sparatoria qualcuno gli dice: “Se eri fuori questo ti ammazzava”. “… è morto, ti giuro i bambini è morto, è morto, si dichiara la morte”, Sposito manifesta sete di vendetta.
Dopo che D’Ignoti ha rischiato di essere ammazzato è la famiglia Gioè a indicarlo come l’autore della spedizione punitiva in via Don Minzoni: “… quello come si chiama Danilo mi sa che è dentro pure lui… spara qua dentro e lo lasciano libero può essere mai”, così dice il 2 giugno scorso. “Ma quello è bello fresco e pettinato”, commenta un altro parente. Ed invece è stato arrestato.
I pm non hanno dubbi: D’Ignoti ha organizzato una “azione militaresca, platealmente visibile, propria della mafia in grado di terrorizzare non soltanto il destinatario immediato ma chiunque assista, viva o graviti intorno a lui”. È la prova che “il credito illecito può essere riscosso mediante un atto di guerra urbana”. Da ieri altri presunti protagonisti della vicenda sono in stato di fermo.

