Va avanti con la presentazione del nuovo libro di Giuseppe Sottile “Palermo di chitarra e coltello” (Einaudi) la quinta edizione della rassegna letteraria “Amici del libro”. L’appuntamento è fissato per giovedì 23 aprile alle 18 all’Oratorio di Santa Cita di Palermo.
Presenta l’evento Salvo Sottile, dialogano con l’autore Pietrangelo Buttafuoco, Giuseppe Cerasa e Giorgio Mulé.
La nostra recensione
Peppino Sottile si rivela, ancora una volta, ‘scrittore di cose’ e insieme ‘scrittore di parole’ (cit). Il suo ultimo libro – ‘Palermo di chitarra e coltello (Einaudi) – ha le movenze di un incantesimo del rapimento letterario. Lo apri, ingolosito, e lo finisci a malincuore – covando l’ansia di momentanee separazioni – con la (non) sazietà di una lingua stregata che vorresti trattenere.
Scrittore di cose, Sottile. Ascolti il mare, tra gli scogli neri di Catania. Scorgi le mani callose di suo padre, intente al martirio del lavoro manuale quotidiano, a Gangi. Mani di cuoio, condotte alla rovina dal progresso irriconoscente con l’etica dei muli. Mani che ispirano tenerezza e che – nel rimpianto di ogni figlio – vorresti stringere, perché consacrate alla dura santità del travagghiu.
Scrittore di parole, Sottile, nel ricongiungimento con le cose. C’entra la musica, essendo il suono un’organizzazione della scrittura-lettura. In questo consiste la vera parola, la magia che non ha dimenticato la sua missione. Note scritte, note parlate, note cantate, nel riemergere di oggetti, particolari, sogni.
Dove sarà Fiorina?
Dove mai sarà andata Fiorina che sottrasse l’autore al destino di un seminario, provocando uno struggimento sovrapponibile a quello di Adso da Melk che mai conobbe il nome del suo amore? Pensiero a margine: per via Fiorina c’è stato – chissà – un ecclesiastico in meno, magari un arcivescovo, ma uno scrittore in più. Stiamo bene così, nella fioritura delle reminiscenze.
Ognuno, in sé, coltiva il proprio teatro mnemonico. Sottile ascoltò il primo movimento della sinfonia ‘Nuovo mondo’ di Anton Dvorak in quel perimetro seminariale, condito di insospettabile illuminismo.
Io mi innamorai della medesima, nella casa borghese della mia infanzia, grazie a un disco messo su da mio padre, in uno studiolo da prof di Italiano degli anni Ottanta. In bella mostra: le foto sulla scrivania, il fermacarte, Von Karajan troneggiante sulla copertina, adornata dal marchio d’oro Deutsche Grammophon, ‘il Geymonat’ a scrutarci, severissimo, da una libreria sopraelevata. In altre sere, Franco Battiato cantava: “L’odore di brillantina si impossessava di me”.
E tutti abbiamo diretto, con l’ausilio di una matita-bacchetta le altrui orchestre. Tutti, per un lungo arco di emozioni, ci siamo svegliati con una inquieta armonia da esprimere. La partitura si è semplicemente trasferita. Una questione di residenze. Dallo spartito al foglio.
Chi ha visto scrivere Peppino Sottile, chi lo ha visto leggere, in presa diretta, rammenta il picchiettare di una penna-bacchetta sul foglio appena stampato. Non la mera ‘videata’. Ci vogliono le cose, con i loro odori. Necessario si staglia il ritmo. Altrimenti che musica sarà mai?
La maledizione di quei volti
L’incipit familiare dell’opera dilaga, successivamente, nelle crude esperienze del cronista alle prese con le cose e con le parole di mafia. I movimenti cambiano, da una pagina all’altra, mutandosi nella scabrosità di un racconto acuminato. Chi c’era, sa. Il vocabolario, dal preciso momento di una cesura, cancella l’odore del mare. Non sopravvivono infiniti disponibili.
Ti coglie l’istinto viscerale di maledire la maledizione, scorrendo una prosa adesso allarmata, nonostante il contrappasso dell’ironia. Dopo la magnifica galleria degli affetti, ecco, salvo qualche interruzione, una radiografia di miserie. Erano ‘gentuzza’ e si sono posti alla stregua di padroni. C’è voluto il sangue dei martiri per spezzare l’inganno. Troppo. Fra Paradiso e inferno si incastra l’epopea di un sofferto riscatto.
Palermo, unica e preda delle sue rifrazioni, si compie – per non compiersi – nel finale, lasciando spazio alla musica che verrà. Palermo vittima, carnefice, libera e quaquaraquà. Palermo dispersa tra corna esibite, civette con i presagi incorporati, sigarette sciasciane a rendere roca una voce limpida, antimafia di sostanza e da palcoscenici. Palermo patria delle dissonanze, incapace di armistizio. La magia leggera della chitarra annullerà, nell’incantesimo, lo stridore prepotente del coltello? “Mi ci romperò la testa” (cit). Roberto Puglisi


