PALERMO – Mario Cusimano, Francesco Campanella, Stefano Lo Verso e infine Francesco Terranova. Quattro collaboratori di giustizia fra il 2005 e il 2023 hanno parlato dell’omicidio di Antonio Pelicane, assassinato nel 2003.
Fu una delle vittime di una sanguinosa guerra combattuta per il potere mafioso a Villabate. I Di Peri da una parte, i Montalto dall’altro. Due gruppi e uno scontro iniziato con la contrapposizione fra i padrini della mafia palermitana e i corleonesi di Totò Riina.
Il racconto di Terranova
Per ultimo la Direzione distrettuale antimafia ha raccolto le dichiarazioni di Terranova, 52 anni. Per un lungo periodo è stato il reggente della famiglia mafiosa di Villabate, ma la sua militanza in Cosa Nostra è ancora più lontana nel tempo.
Fu arrestato assieme a Giovanni La Rosa con cui si sarebbe passato il bastone del comando. Un ritorno al potere dopo una lunga permanenza in carcere. Terranova conosce 30 anni di storia mafiosa. In passato fu condannato per mafia, ma assolto da due omicidi. Aveva finito di scontare la pena nel 2021.
Ha raccontato di essere stato “combinato” nel 2009 prima di uscire dal carcere ed era vicino a “Giovanni D’Agati”. Era stato inserito nella famiglia di Villabate con il ruolo di “soldato”, ma l’amicizia con D’Agati e “Messicati (Antonio Messicati Vitale ndr)”, ne rendeva autorevole la posizione. “Potevo dire qualche parola in più, potevo spostarmi e dire la mia oppure fare pesare quello che dicevo”, ha messo a verbale.
Anche Salvatore Lauricella, da cui Terranova prendeva ordini, doveva ascoltarlo: “Le decisioni le prendeva lui però se io magari lo volevo contraddire in qualche cosa lo potevo fare. In occasione della sua scarcerazione nel 2019 Giovanni La Rosa era stata autorizzato da Michele Rubino a poter gestire la famiglia di Villabate”.
La pistola per l’omicidio Pelicane
Terranova ha aggiunto che “le armi erano custodite da Salvatore Troia che erano armi a sua volta di Nicola Mandalà, mi ha detto lui personalmente”. Tra le armi ci sarebbe anche la 357 magnum usata per ammazzare Pelicane, raggiunto da due killer in moto che gli spararono mentre era alla guida di una Smart.
Mandala è ora accusato dell’omicidio assieme a Ignazio Fontana e Michele Rubino. Addirittura Troia avrebbe confidato a Terranova “che aveva fatto da palo mentre scendevano per andare ad uccidere ‘Nino benzina’ gli dicevano. Aveva avuto contrasti con Nicola Mandalà”.
“Troia aveva fatto da palo al bar Drivers, ha chiuso il negozio, è sceso ha chiamato ha mandato un messaggio. Non so come, allora loro sono scesi e gli hanno sparato dentro la Smart”, ha raccontato.
Provenzano in Francia
I suoi ricordi si sono spostati fino al 2014, quando incontrò per caso Troia (condannato per mafia ndr). Gli diede “500 euro perché era in mezzo alla strada completo, si lamentava che nessuno lo pensava”. Ed arrivarono nuove confidenze: la pistola arrivava dalla Francia.
Salvatore Troia, ha vissuto lungo vissuto in Francia. Provenzano viaggiò sotto il falso nome di suo padre, Gaspare Troia, quando andò a operarsi a Marsiglia. Mandalà, che sta scontando due ergastoli per gli omicidi di Salvatore Geraci e Andrea Cottone, faceva parte del gruppo che accompagnò il padrino corleonese.
Provenzano si fidava di lui tanto che nel 2003 gli affidò la missione di riattivare i contatti con le famiglie di New York. Mandalà partì assieme a Gianni Nicchi, u picciutteddu che il padrino Nino Rotolo volle accanto a sé nel mandamento di Pagliarelli.
I “giovani” boss non badarono a spese. Bella vita, locali e ristoranti di lusso come emerse dalle fotografie recuperate dagli investigatori. Ce ne sono alcune che immortalano i rampolli di Cosa Nostra seduti al tavolo con Frank Calì, boss successivamente ucciso, o in giro a bordo di una Limousine.
“Voglio dormire…”
I carabinieri del Nucleo investigativo hanno riletto vecchie intercettazioni acquisite in altre inchieste. Alle 2:45 del 30 agosto 2003, giorno dell’omicidio Pelicane, Mandalà concordò di vedersi con Fontana alle 9:30. “Voglio dormire, voglio essere bello attivo”, diceva. In precedenza Fontana raccontava a Rubino di avere “preso due caschi… 170 euro”. Il giorno dell’omicidio due killer entrarono in azione nella zona di corso dei Mille, a Palermo, in sella ad una Honda Transalp. Indossavano il casco quando assassinarono Pelicane.

