Palermo, mafia: si è pentito l'avvocato messaggero dei boss

Palermo, mafia: si è pentito l’avvocato messaggero dei boss

Il penalista Alessandro Del Giudice ha già riempito diversi verbali
I VERBALI
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PALERMO – Da un mese collabora con la giustizia. L’avvocato Alessandro Del Giudice ha già riempito diversi verbali, rispondendo alle domande dei pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

Di vicende da ricostruire ne conosce tante lui che è stato portavoce del boss, usuraio e, infine, egli stesso vittima degli strozzini. Lo scorso settembre i carabinieri lo hanno arrestato con l’accusa di concorso in associazione mafiosa e usura. I magistrati si concentrano soprattutto sul ruolo in Cosa Nostra.

A cominciare dai rapporti con Pietro Formoso. Il 20 dicembre 2013 Formoso fece il suo ingresso nel carcere Pagliarelli di Palermo per scontare una condanna per traffico internazionale di droga. Qualche anno dopo finirà sotto inchiesta anche per mafia. La scorsa estate è stato condannato in primo grado a 12 anni. Avrebbe seguito l’esempio dei fratelli stragisti che stanno scontando l’ergastolo per avere partecipato alla strage di Milano del 1993. Ad incontrare Formoso in carcere Del Giudice ci andava in qualità di difensore. Man mano che i finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria registravano le conversazioni è venuto fuori il ruolo di portavoce del boss. Successivamente i carabinieri hanno scoperto che Del Giudice avrebbe procacciato i clienti dei prestiti a usura.

Amico e in affari con i mafiosi, ma anche parente dei boss. Ad esempio di Atanasio Ugo Leonforte, personaggio di spicco della famiglia mafiosa di Ficarazzi e figlio dell’anziano borsa Emanuele Leonforte, ucciso durante la prima guerra di mafia degli anni Novanta. Del Giudice, intercettato, si vantava di essere inserito nei circuiti mafiosi che contano: “Non ne ho vero problemi, non con le chiacchiere… dove arrivo io non ci potete arrivare non ci può arrivare nessuno… Palermo Centro ci possiamo scommettere la meglio scommessa del mondo”.

L’avvocato si dava un gran da fare per organizzare incontri e portare i messaggi di Formoso all’esterno del carcere: “Aspè… ora ti do un pezzettino di carta… tieni qua… mettiti questo coso nella tasca e poi te lo leggi… levati qua per ora…”, diceva Formoso mentre infilava la mano nella tasca dei pantaloni e passava un foglietto all’avvocato. Altre volte lo informava di alcuni affari in corso: “… ha iniziato il cantiere pure a Carini”, diceva riferendosi a una impresa riconducibile a Formoso, ma intestata a un prestanome. Oppure Formoso lo incaricava di sistemare alcune faccende: “Ti sei fatto dare i piccioli di Giacomino?”.

Del Giudice ad un certo punto sarebbe finito nelle mani di Formoso: “… cannavazzo gli dici urgentemente che si rompe le gambe viene a farmi il colloquio prima di mandarlo affanculo… ho i miei motivi va bene?”.

Del Giudice sapeva di avere superato il limite, oltraggiando la toga che indossava. Lo ammetteva a una collega: “… vedi Pietro Formoso quanti clienti ci portava… se mi sono trovato pure a scendere a compromessi con il signor Formoso a darci questa confidenza perché giustamente nei momenti di bisogno che noi avevamo gli dicevo prestami tot e allora giustamente dopo mi dovevo disobbligare e io mi ritrovo con altri due giorni la toga la posso prendere la posso bruciare”.

Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, coordinate dal procuratore aggiunto Salvo De Luca, hanno svelato un altro volto di Del Giudice, quello del procacciatore di clienti del giro di usura. Si era sparsa la voce e persone disperate andavano nel suo studio. L’avvocato offriva quella che presentava come una via di uscita: “Qua è uno studio legale è… aiuto il prossimo tu hai bisogno di 3.000 come li vuoi pagare?”. Adesso l’avvocato collabora con la magistratura. Si è pentito. Vuole cambiare vita e riempie verbali su verbali.


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