L'omicidio a Palermo, la sceneggiata e il mafioso "smentito"

La sceneggiata imbarazzante dei boss e la carta che “smentisce” il pentito

Hanno deposto al processo per l'omicidio Di Giacomo

PALERMO – Sono stati citati come testimoni al processo per l’omicidio del boss Giuseppe Di Giacomo. Nessuno per la verità si attendeva un loro contributo per l’accertamento dei fatti, ma la deposizione di Vincenzo Graziano e Paolo Calcagno ha assunto le caratteristiche della farsa. Una sceneggiata in pieno stile mafioso da parte di due boss irredimibili.

Sotto processo per il delitto avvenuto alla Zisa nel 2014 c’è Onofrio Lipari, mafioso di Palermo centro. Colui che i pentiti chiamano in causa come possibile mandante, Tommaso Lo Presti, non è stato rinviato a giudizio perché sono mancati i riscontri necessari.

La versione di Galatolo

Il primo a parlare dell’omicidio era stato Vito Galatolo, boss dell’Acquasanta divenuto collaboratore di giustizia: “L’omicidio di Giuseppe Di Giacomo è legato al fatto che questi aveva offeso un compare di Tommaso Lo Presti inteso il pacchione, ossia Giuseppe Corona. Di Giacomo voleva far chiudere la tabaccheria di alcuni parenti del cognato di Corona, motivo per cui quest’ultimo sì era lamentato col Lo Presti, con il quale era legato da un rapporto di profondo rispetto ed amicizia”.

Galatolo nel verbale del 2014 aggiunse di averlo saputo da Vincenzo Graziano, che a sua volta aveva ricevuto la confidenza da “tale Pauluzzo cugino di Revuccio e Tommaso Di Giovanni”. “Pauluzzu” gli avrebbe detto che “Di Giacomo aveva offeso Tommaso Lo Presti che voleva impadronirsi del mandamento e per questo fu ucciso”. Aggiunse “che forse il Di Giacomo Giuseppe gli avrebbe dato uno schiaffo a Lo Presti Tommaso o lo avrebbe offeso con la bocca…”.

La versione di Tantillo

Due anni dopo, nel 2016, un altro pentito – Giuseppe Tantillo del Borgo Vecchio – riferì che “Corona aveva avuto un battibecco con Di Giacomo Giuseppe. Di Giacomo mi raccontò di aver avuto un litigio (con Corona, ndr) qualche mese prima della sua morte, perché Corona si era intromesso più volte in questioni di messa a posto e così Di Giacomo gli aveva intimato che si doveva fare i fatti suoi”.

Un anno dopo spiegò che “dopo l’omicidio di Di Giacomo, Corona ci è venuto a dire che ci voleva parlare Tommaso Lo Presti e che voleva accompagnare mio fratello (Domenico Tantillo, ndr) con il proprio scooter; questa cosa non ci piacque e ci sembrò strana. Andai allora a cercare Paolo Calcagno. Corona ripassò il giorno dopo dicendo che non era più necessario andare da Lo Presti”.

La deposizione del boss Graziano

Graziano ha deposto collegato in videoconferenza dal carcere dove è detenuto. L’incipit è chiaro: “Non ho fatto parte di Cosa Nostra. Galatolo dice che io ero il capo… che stavo preparando l’attentato al dottore Di Matteo (il magistrato della Dna Antonino Di Matteo, ndr)… l’inchiesta è stata archiviata… ma di che cosa parla…”.

E giù con le offese: “È un farabutto ma non perché fa il collaboratore, ma perché dice bugie. L’ho conosciuto in carcere, mai visto prima. Vediamo cos’altro si deve inventare. Quando parla di me, dei miei figli, dei miei nipoti è perché sono nati là”.

Tommaso Lo Presti? “Non lo conosco”. Paolo Calcagno? “Non lo conosco”. Ne ha sentito parlare solo perché ha letto i giornali.

La deposizione del boss Calcagno

Poi tocca a Calcagno, che sta scontando una condanna per essere stato il reggente del mandamento di Porta Nuova. “Mai fatto parte di Cosa Nostra”, ha detto dopo avere letto la formula di rito con cui si impegnava a dire la verità video collegato dal carcere. Tantillo ha raccontato che dell’omicidio Di Giacomo ne parlò in una trattoria nel rione Borgo Vecchio con Calcagno e Giuseppe Di Cara.

“Conosce il signor Giuseppe Tantillo?”, gli ha chiesto il presidente Vincenzo Terranova. Risposta: “È mio coimputato, ma non ho mai avuto rapporti con lui”. Onofrio Lipari e Tommaso Lo Presti? “Di vista, siamo dello stesso quartiere, ma non li conosco personalmente”. Gregorio Di Giovanni e Alessandro D’Ambrogio, i capimafia da cui ha ricevuto il bastone della reggenza a Porta Nuova? “Non li conosco”. Ha parlato dell’omicidio all’incontro in trattoria? “Mai mangiato insieme… (Tantillo ndr) è un megalomane, spunta con il passamontagna, forse vuole emulare Gaspare Mutolo“.

Quest’ultimo qualche tempo fa ha deciso di mostrare il suo volto dopo anni di apparizioni in cui mostrava solo gli occhi, mentre il riferimento a Tantillo è legato all’utilizzo dei social. Il collaboratore di giustizia fa spesso delle dirette Facebook: “Non lo conosco, d’altra parte lui ha detto che mi voleva ammazzare perché non gli davo confidenza. Non è la prima volta che i pentiti parlano per supposizioni. Si è letto il processo e si è fatto pentito”.

“Il pentito mente”

Il terzo testimone è Di Cara. È un uomo libero ed è entrato nell’aula al pianterreno del palazzo di giustizia di Palermo. Ha pranzato con Tantillo e Calcagno pochi giorni dopo l’omicidio? “Impossibile, ero detenuto”. Gli avvocati di Lipari, Michele Giovinco e Angelo Formuso depositano il certificato che conferma la sua detenzione da dicembre 2008 a giugno 2014. L’omicidio Di Giacomo fu commesso a marzo 2014.


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