Palermo: la scia di morte, i "magnifici 7", l'agguato dei killer in moto

La scia di morte, i “magnifici sette” e l’agguato dei killer in moto

I retroscena degli arresti per l'omicidio di Antonio Pelicane

PALERMO – Una scia di sangue, i pentiti e un’intuizione dei carabinieri su un agguato di 22 anni fa. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha messo insieme vecchi e nuovi tasselli investigativi e ha chiesto e ottenuto l’arresto di tre persone per l’omicidio di Antonio Pelicane, avvenuto nel 2003.

Prima dell’agguato: la guerra di mafia

Dai primi anni ’80 e fino ai primi anni del 2000 due fazioni si sono affrontate a Villabate e dintorni senza esclusione di colpi. Da una parte i Di Peri, dall’altra i Montalto. I primi erano legati a Stefano Bontade, il “principe di Villagrazia”, i secondi a Totò Riina.

Il primo episodio di sangue risale al 25 dicembre 1981 ed è ricordato come la “strage di Natale”. Nel corso di un inseguimento per le strade di Bagheria i corleonesi assassinarono Biagio Pitarresi e Giovanni Di Peri. Finirono le munizioni e caricarono a forza in auto Antonino Pitarresi. Il giorno dopo a Villabate veniva assassinato Giuseppe Caruso.

Nella scia di sangue rientrano gli omicidi di Francesco Cavallaro (2 marzo 1982), Salvatore e Pietro Di Peri (10 agosto 1982), Pietro Mandalà (16 agosto 1982), Pietro Messicati Vitale (12 luglio 1988), Antonino D’Amico (29 luglio 1988), Domenico Bidenti (4 aprile 1991).

La reazione dei Di Peri non tardò ad arrivare. Dopo l’arresto di Totò Riina, il 24 novembre 1994, all’interno di Villa Airoldi, a Palermo, venivano uccisi Vito Basile e Francesco Montalto, figlio del capo mafia Salvatore.

Il duplice omicidio innescò un’altra catena di morte. Sotto i colpi dei killer caddero Giuseppe e Salvatore Di Peri (14 marzo 1995), Giovanni Spataro e Gaetano Buscemi (28 aprile 1995, il secondo fu prima rapito e poi torturato fino ad ucciderlo).

Una fazione al potere

Con l’arresto di Leoluca Bagarella, avvenuto il 24 giugno 1995, i Montalto persero l’appoggio dei killer del gruppo di fuoco di Brancaccio. Circostanza che segnò la vittoria dei Di Peri e del loro esercito composto da quelli che venivano definiti “i magnifici sette“: Gaetano Buscemi e Giovanni Spataro (poi uccisi), Antonino Messicati Vitale, Nicola Mandalà, i fratelli Damiano e Nicolò Rizzo, e Michele Rubino.
Altro evento che segnò un ulteriore indebolimento della fazione dei Montalto fu l’arresto di Andrea Cottone, il 6 settembre 1995, ritenuto responsabile degli omicidi del 14 marzo e del 28 aprile 1995.

Il gruppo Di Peri era forti anche dell’appoggio di Bernardo Provenzano. Dopo l’arresto del capomafia Nicola Mandalà, la reggenza della famiglia di Villabate passò a Giovanni D’Agati, poi ad Antonino Messicati Vitale e infine a Salvatore Lauricella.

Il 13 novembre 2002 morì in un agguato Andrea Cottone, fedelissimo dei Montalto che, dopo la scarcerazione, aveva cercato di riacquisire il potere estromettendo i Di Peri. Per il delitto sono stati condannati Onofrio Morreale e Ignazio Fontana.

L’omicidio Pelicane

Ed è in questo contesto che il 30 agosto 2003 fu assassinato Antonino Pelicane, che come Cottone faceva parte del gruppetto dei fedelissimi di Nicola Mandalà. Era titolare della Car Service Color di Misilmeri, ufficialmente incensurato ma legato all’ala dei Montalto. Infine cadeva sotto i colpi dei sicari Salvatore Geraci, il 5 ottobre 2004. Per questo omicidio sono stati condannati Nicola Mandalà, Ignazio Fontana e Damiano Rizzo.

Agguato in moto

Il commando che uccise Pelicane entrò in azione alle 14 in via Francesco Milo Guggino. Due killer in moto lo freddarono con una 357 magnum mentre era alla guida di una Smart. Il primo a parlare dell’omicidio fu il collaboratore di giustizia Mario Cusimano. Era il 2005 quando riferì che Nicola Mandalà guidava la moto e Michele Rubino fece fuoco: “Gli è uscito un occhio di fuori…”.

Lo aveva saputo dagli stessi protagonisti, mentre Ignazio Fontana avrebbe fatto da staffetta. Aggiunse che a recuperare la moto, una Honda Transalp, usata per l’agguato era stato Massimiliano Minaudo che però non sapeva per cosa servisse.

Il racconto del pentito

Il 27 luglio 2023 Francesco Terranova, rendendo il suo primo interrogatorio, disse di avere saputo dal mafioso Salvatore Troia che il “titolare di “un negozio di vernici a Villabate” aveva avuto contrasti con Nicola Mandalà. La Procura ha ripreso in mano il fascicolo e ha convocato Minaudo che è finito sotto intercettazione.

Le nuove intercettazioni

Raccontava al fratello di essere stato chiamato per “cose da ragazzo” che riguardavano il “principale”. Minaudo ha lavorato per Ignazio Fontana. Assieme al fratello Giuseppe sono andati al bar gestito da Riccardo Fontana, fratello di Ignazio, per avvisarlo della convocazione: “Mercoledì mi devono fare l’interrogatorio mi devo presentare con l’avvocato”; “Ma che hanno fatto il nome di mio fratello?”.

Massimiliano Minaudo, parlando con il padre, faceva riferimento al fatto che il “principale” gli avesse detto di “andare a prendere la moto”. Moto di cui non si parlava, però, nella convocazione dei carabinieri. Fu oggetto di discussione anche di un colloquio carcerario fra Ignazio Fontana e i parenti. Informavano il boss che Minaudo aveva scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Gli avevano spiegato che “chi fa un omicidio non è solo quello che preme il grilletto, si possono avere tanti ruoli”. Tutto questo ha portato, 22 anni dopo l’agguato, a tre arresti.


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