Palermo: padre e figlio, destini insaguinati e minacce in carcere

Padre e figlio, destini insanguinati e le minacce in carcere

Gli animi si erano scaldati prima di un colloquio, ma arriva l'assoluzione

PALERMO – La minaccia non è arrivata a destinazione. L’agente penitenziario a cui sarebbe stata rivolta non era presente nel momento in cui le frasi incriminate furono proferite. Verdetto ribaltato. Giovanni Lo Presti, condannato a sei mesi in primo grado, viene assolto in appello.

Padre e figlio, destini sporchi di sangue

Anno 2017. Calogero Pietro Lo Presti è stato arrestato da pochi giorni per l’omicidio del fruttivendolo Andrea Cusimano, freddato a colpi di pistola fra le bancarelle del Capo. Ora sta scontando una condanna definitiva a 20 anni assieme a Fabrizio Tre Re. Il padre Giovanni va a trovarlo in carcere. Si rivede da giovane, visto che anch’egli è stato in carcere per omicidio. Nel 2001 confessò di avere ammazzato Salvatore Altieri. Sapeva di avere le ore contate. Un giovanissimo testimone lo aveva inchiodato, smontando le voci del quartiere che avevano incastrato il figlio della vittima. Lo avevano addirittura arrestato, ma l’innocente era rimasto in silenzio in carcere da innocente. Forse per paura di fare il nome di Giovanni Lo Presti, nipote dello zio Totò, boss della Vucciria, pure lui ammazzato anni fa. Ed invece era stato proprio Lo Presti ad uccidere il padre. Era intervenuto per sedare una lite fra i due Altieri ed era stato colpito a pugni. A quel punto si fece giustizia da solo.

Le frasi minacciose

Durante la perquisizione prima del colloquio con il figlio Giovanni Lo Presti si innervosisce per l’attesa. “Sbrigati, non fai spaventare nessuno”, avrebbe detto a un agente. Gli animi si scaldano. L’uomo viene condotto fuori dal carcere Ucciardone da altre due guardie. Ed è ora che avrebbe pronunciato la frase incriminata: “Prega il Signore che non ti incontro fuori”.

L’avvocato Luciano Maria Sarpi

Finisce sotto processo per minaccia aggravata. Il suo legale, l’avvocato Luciano Maria Sarpi sostiene che, anche ammettendo pure che la frase sia stata pronunciata, l’agente a cui era rivolta non era presente. Lo dimostra il fatto che è sì finita in una relazione di servizio, ma non c’è alcuna denuncia da parte del destinatario della minaccia. Da qui l’assoluzione perché il fatto non sussiste.


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