PALERMO – Al nome del boss Pino Scaduto, a cui oggi è stato confiscato il patrimonio in via definitiva, è legato uno dei tanti misteri della latitanza di Matteo Messina Denaro. Misteri o forse millanterie. Di sicuro si parlava dell’inafferrabile stragista.
Si diceva che il nipote di Scaduto, Paolo Liga, avrebbe fatto addirittura da cerniera fra l’anziano boss e il capomafia di Castelvetrano.
Il primo a parlarne, nel 2013, fu Sergio Flamia. Ruolo strano quello di Flamia: mafioso, fonte dei servizi segreti e infine pentito. Riferì che “Pino Scaduto si vantava di avere contatti diretti con Messina Denaro, dice io i cuntatti puru ci l’haiu, mi i teni me niputi Paolo (i contatti li teneva il nipote Paolo)”.
“Pino Scaduto che sarebbe suo zio – aggiungeva Flamia – lo usava per tenere i rapporti con personaggi del trapanese, perché lui mi sembra che è residente a Alcamo o Castellammare, qualcosa del genere, comunque sulla zona di Trapani. In particolar modo una volta parlando con Pino Scaduto che si vantava di avere contatti diretti con Messina Denaro. Ed effettivamente molte, ma molte volte anch’io vedevo che si appostavano a parlare in disparte, che lui veniva da Trapani, dalla zona di Trapani per parlare con il zio, si vedeva che c’erano dei rapporti, però in presenza mia non hanno mai parlato di nulla”.
Sempre del 2013 toccò a Vincenzo Gennaro, altro pentito della zona, riempire un verbale: “Che poi ci fu un’altra storia che poi vi racconto sempre col Pietro Liga che sono dovuto andare a Campobello di Mazara per vedere una lottizzazione importantissima ch’era gestita da Matteo Messina Denaro. Ho conosciuto una persona presentata da Pietro Liga ch’era molto vicino a Matteo Messina Denaro”.
Era un affare legato al turismo e alla distribuzione alimentare: “C’era una lottizzazione grossa di una realizzazione di grossi alberghi, di un grosso albergo. Ma grosso, grosso. Con piscina. Si parlava di generi alimentari. Contrada Favarella credo che sia una cosa del genere. Credo ah, però dico non sono certo. Però io mi trovavo… passai da Campobello di Mazara siamo andati in un bar a prenderci il caffè, e poi siamo andati sul posto, sul sito”.
Fecero un sopralluogo: “È sulla strada però perché era tutta campagna, ad andare a vedere questa lottizzazione perché volevano fatta una stima da me sui costi. Perché era una lottizzazione che in parte era stata realizzata ed era stata abbandonata. Era di qualcun altro e quest’altro l’aveva venduto a Matteo Messina Denaro. Cioè quindi l’aveva acquistato Matteo Messina Denaro per poterlo sviluppare è perché quello non aveva più i soldi a quanto pare. E su questo albergo ci sono stati pure dei finanziamenti ministeriali. C’erano pure dei finanziamenti del ministero credo con la… si parlava di 488… credo con il finanziamento del ministero. Si con la 488. Quella legge che da il 50… il 65… per la realizzazione delle cose…”.
Racconti spesso fumosi. Non lo era, fumosa, la pista che portò gli investigatori nel 1997 nella frazione bagherese di Aspra. Nel piccolo appartamento di via Milwaukee c’era il nido d’amore che il latitante condivideva con una donna trentenne, Maria Mesi.
Ancora più di recente, siamo nel 2013, Benito Morsicato, pentito di Bagheria, stava organizzando una rapina in trasferta. Arrivò un’informazione top secret. Il colpo fu rinviato perché la base operativa della banda, una villa a Tre Fontane, era occupata da un inquilino speciale: Matteo Messina denaro.
Nella vita e nella fuga del latitante qualcosa riconduce sempre a Bagheria.

