Università Jean Monnet: sequestri a Palermo, Roma e Milano

Università “fantasma” Jean Monnet: sequestri a Palermo, Roma e Milano

Salvatore Messina
Bloccati immobili per 1,2 milioni anche a Trastevere e Porta Venezia

PALERMO – Tre nuovi immobili che si aggiungono all’elenco dei beni già sequestrati a Salvatore Messina, l’ideatore dell’università fantasma “Jean Monnet”.

I beni sequestrati a Messina

I finanzieri del Comando provinciale di Palermo hanno sequestrato, su disposizione della Procura della Repubblica, due appartamenti a Trastevere (Roma) e Porta Venezia (Milano), e un locale commerciale a Palermo. Il valore dei beni, riconducibili a una società con sede a Londra, viene stimato in 1,2 milioni di euro.

Le indagini sono proseguite dopo il sequestro da 3,5 milioni eseguito lo scorso dicembre quando a Messina fu contestato di avere raggirato ottocento studenti. Dal 2020 al 2023 i neo iscritti hanno pagato rette da 3.500 a 26.000 euro annui, a secondo del corso (per lo più in professioni sanitarie), per una laurea non riconosciuta dal ministero italiano dell’Università. Il dipartimento con sede in Bosnia Erzegovina risultava operare in convenzione con l’ateneo di Gorazde per i corsi in italiano.

“Jean Monnet”: 9 milioni non dichiarati

I finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria, guidati dal colonnello Carlo Pappalardo, avrebbero scoperto che l’istituto “Jean Monnet” avrebbe incassato 9 milioni di euro non dichiarati al fisco, evadendo Iva e Ires. Agli studenti è rimasta in tasca una laurea che vale carta straccia.

Le indagini si sono concentrate sulla cosiddetta “esterovestizione”. Seppur formalmente riconducibile a una fondazione di diritto croato, “Jean Monnet” operava in Italia con professionisti e docenti palermitani, alcuni molto noti. Medici accreditati, così Messina mostrava di avere le carte in regola.

Società a Londra

Ora il novo sequestro. Sulla base della ricostruzione dei finanzieri del Comando provinciale guidato dal generale Domenico Napolitano, gli immobili sarebbero stati trasferiti a una società immobiliare con sede a Londra nel tentativo di “dissimulare l’effettività proprietà e realizzare uno schermo rispetto a possibili iniziative giudiziarie”.


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