PALERMO – Troppo gravi i fatti, troppo morbida la misura cautelare del collocamento in comunità per una violenza sessuale di gruppo. Il Tribunale del Riesame ha stabilito che due ragazzini meritano il carcere. Non c’è proporzionalità fra il reato contestato e la misura cautelare applicata. Il ricorso per Cassazione della difesa blocca, però, l’esecutività del provvedimento. Diventerà definitiva solo dopo che si saranno espressi i supremi giudici.
La vicenda è quella dei due minorenni che avrebbero violentato un coetaneo in un paesino della provincia di Palermo. Hanno 14 e 15 anni. Agli atti dell’inchiesta c’è il racconto della vittima, che ha meno di 14 anni, e la conferma di un testimone che avrebbe assistito agli abusi sessuali. I medici hanno riscontrato la presenza di lesioni compatibili con la descrizione delle violenze.
Il giudice per le indagini preliminari ad inizio gennaio aveva deciso di applicare la misura del collocamento in comunità. La Procura per i minorenni ha fatto ricorso: le accuse di violenza sessuale di gruppo e minacce ad danni di un coetaneo, aggravate dal fatto che la vittima ha meno di 14 anni, meritano il massimo rigore. Il Tribunale, con una motivazione non ancora resa nota, ha sposato la linea dei pubblici ministeri.
Il ragazzino si è confidato prima con i genitori, poi con i medici e i poliziotti del commissariato di Termini Imerese. Le violenze sarebbero avvenute a casa di uno dei due indagati. “È successo tra sei e otto volte a partire da agosto”, ha detto la vittima.
Si tratta di un ragazzino con disagi psicologi che lo avrebbero reso un bersaglio vulnerabile. I genitori hanno notato un netto cambiamento di umore. Non sorrideva più, ma “era diventato aggressivo, pensieroso e preoccupato”. “La voglio fare finita”, disse un giorno in cui i dolori fisici per la violenza subita erano diventati insopportabili. Da qui la visita in ospedale. Sono stati i medici ad avvertire la polizia.
Il ragazzino ne ha parlato con gli investigatori, supportati da uno psicologo. I due indagati gli erano stati presentati da un amico. Dopo le violenze, avvenute anche sotto la minaccia di un coltello, lo obbligavano a non parlare con nessuno altrimenti lo avrebbero “ammazzato a legnate”.
La vittima ha raccontato che un altro amico aveva assistito alle volenze “perché ci piaceva pure a lui guardare”. I poliziotti lo hanno convocato. All’inizio ha negato, poi ha ammesso di “aver raccontato fino a quel momento bugie, per paura e vergogna”.
I due ragazzini si sono difesi sostenendo che non si trattato di una violenza sessuale ma che i rapporti sono stati consensuali. Il modo e il distacco con cui avrebbero raccontato le loro abitudini sessuali lascia sgomenti.

