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Pasolini conosceva bene la Sicilia

Le cronache ricordano la sua partecipazione alla Giuria del premio Brancati a Zafferana.
PENSIERO CORSARO
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Pasolini conosceva bene la Sicilia. Le cronache ricordano, soprattutto, la sua partecipazione alla Giuria del premio Brancati a Zafferana, nel 1968 e nel ’69. Due edizioni tempestose, ma significative, in cui vi furono sia delle contestazioni da parte di giovani di destra, saliti da Catania, sia il primo incontro con Ezra Pound, premiato in una delle due occasioni. Io avevo tredici di anni quando Pasolini morì. Quell’Italia era un compito dei miei genitori. La morte violenta di Pier Paolo Pasolini su una spiaggia del Tirreno, rappresentò in quel momento meno di nulla per me.

Tredici anni di vita, però, sono un momento di confine che conduce velocemente verso le prime prese d’atto della realtà. Nel giro di due o tre anni, quindi, un evento che avrebbe dovuto già essere parte di un passato recente lo trovai ancora vivo e vegeto. Entrai senza saperlo in una veglia funebre in cui Pasolini non era stato, a distanza di un triennio, tumulato e consegnato alla storia, ma giaceva ancora disteso in una camera ardente che sembrava non avere fine. Una veglia funebre che continuò per anni e che, secondo me, nemmeno oggi che ricordiamo il centenario della sua nascita, si può dire che sia finita.

Non ho titoli è carte in regola per poter parlare di Pasolini, se il parlarne vuol dire analizzarne in modo originale la poetica, e la maniera con cui lui la traduce in tutte le forme d’arte che ha praticato in vita: dai versi, al romanzo, al cinema sino alla canzone. Ovvio che Pasolini manchi per tutto questo, ma tutto questo è nulla rispetto a ciò che io ritengo dirimente e realmente eccezionale nella sua storia terrena: la maniera integra, ortodossa, intransigente con cui interpreta il ruolo dell’intellettuale. Perché è su questo che dovremmo interrogarci, soprattutto oggi, in cui gli intellettuali sembrano più che altro figuranti a pagamento dei talk politici e culturali, delle colonne dei giornali, dove a turno, in rapporto a delle specializzazioni in contrasto con le capacità enciclopediche richieste a questo ruolo, forniscono pareri, impressioni, puti di vista, pensieri, invece che sapere.

Pasolini, tra le altre cose, viene troppo spesso ricordato, senza trarne le conclusioni, proprio per un famoso articolo sul Corriere della Sera in cui il refrain “io so” sostituisce il più asettico “io penso”. Ricordarlo a cento anni dalla nascita, quindi, vuol dire ribadire in cosa consiste un lavoro intellettuale. Diciamo che esso si fonda su un patto quasi d’onore tra i fatti, i fenomeni che avvengono, e la capacità di decifrarli, districarli e comunicarli senza preconcetti; soprattutto senza quelli soggettivi. La vera capacità del lavoro intellettuale consiste, esattamente, nel saper fare reset di ciò che si pensa di fronte ad un principio di realtà, in sé sempre inedito e originale, e di elaborare un’altrettanta lettura originale, proporzionata a quella realtà e non a ciò che fino a quel momento si era pensato di essa. La cosa inedita è che al momento sembra tutto derubricato.

Come se la storia degli intellettuali fosse stata messa da parte, per far posto a una nuova pratica, del tutto modesta, che è quella del portavoce. Sono anni che assistiamo a una radicalizzazione di questa deriva, che ha diversi interpreti non omologabili tra di loro: esiste chi fa il portavoce delle proprie idee; chi delle proprie competenze; chi del comune sentire. L’intellettuale, invece di diffondere le sue idee, dovrebbe rendere esplicito e chiaro tutto ciò che qualcuno non vuole si sappia. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto. Il portavoce è uno che, al contrario, fa propaganda, e non conta il motivo per cui lo fa. Che sia per viltà, per soldi, per arrivismo oppure per un ideale, ciò che conta è che di fronte ai fatti fa prevalere altre cose; di fronte ai fatti non pone domande, ma deduce ciò che collima con il mandato che lo muove.

Pasolini era un interprete politico della poesia. Perché anche la politica è un’arte: non in senso metaforico. Produce un habitat artefatto innaturale e storico per la vita collettiva e personale, da cui dipende il passaggio sulla Terra d’ogni singolo essere umano, nella sola volta in cui essa avviene. La politica prende atto che prima ancora d’ogni soggetto esiste l’insieme da cui dipende; prima ancora di una biografia esiste una storia, una sovra-biografia, una genealogia. Pasolini condivide un compito dell’intellettuale, che è sin troppo riferibile all’esperienza provenzale dei poeti cavalieri, che potremmo definire come l’archetipo dell’intellettuale organico e gramsciano. 

Intellettuali che non vivono al riparo dei Chiostri e delle Celle di un Convento, garantiti dalle Cattedre di Bologna e Parigi, che riflettono e argomentano senza compromettersi, ma intellettuali che vivono con la penna in una mano e la spada nell’altra. Fu Dante a mettere un imprimatur sui poeti provenzali, nella Divina Commedia, dove egli organizza tre incontri tra lui e un poeta provenzale. E Dante, nella Commedia, sceglie, solo per loro, di farli esprimere nel loro idioma provenzale. Una scelta che l’autore non farà per nessuno degli altri protagonisti, che parleranno sole le due lingue ammesse nel poema: latino e volgare.

L’ammirazione che Pasolini prova per le figure che si erano opposte allo sterminio delle lingue particolari a favore di quelle maggiormente globali, non era di genere romantico. Ognuna di queste resistenze, infatti, fu una battaglia con contenuti sociali, economici, culturali, contro un capitalismo ancora nemmeno nominato come tale, ma già tale e quale. Non gli sfugge che la scomparsa della lingua è, per una comunità, come la scomparsa dell’ombra per un oggetto, perché non esiste nulla se non produce ombra, e non esiste una comunità di esseri umani senza una lingua. Quando si vuole cancellare un’esperienza comunitaria, storicamente determinata, o si uccide chi parla una lingua o si cancella il linguaggio.

Pasolini si mette al servizio del linguaggio in modo provenzale, sguainando la voce. Dalle pagine padronali e borghesi del Corriere della Sera, dice ciò che sa e non quello che pensa. Si propone come critico e come profeta, come realista e come visionario. Per servire l’arte e la società, che sono la stessa mansione, lavora sul piano della commistione di estetica e politica, sulla connessione fra la cattiva economia prodotta dal capitale finanziario e la cattiva arte che provoca l’usura del linguaggio, e finanche il genocidio culturale.

Ad un intellettuale di esplicita o implicita, tradizione, provenzale, non resta altro che sguainare la spada e sfidare a duello chi offende i deboli. Chi sono, realmente, i deboli? Sono gli Antenati e la Progenie in itinere. Sono i più deboli perché o sono morti, o ancora devono nascere: non hanno voce in capitolo e non vengono mai interpellati. Pasolini manca soprattutto per questo, in un momento in cui rischiamo di affogare nel conformismo, nelle dicerie, nelle superstizioni, e nella mitologia della competenza. Il competente è chi sa poco rispetto al tutto e tanto in confronto al niente, ed è utilizzato dall’ordine costituito non per le sue qualità, ma per la mancanza di qualità. “Ho sempre pensato, come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticitàrischioPensare che ci debba essere qualcosa di sociale e di ufficiale che fissi l’autorevolezza di qualcuno, è un pensiero, appunto aberrante, dovuto evidentemente alla deformazione di chi non sappia più concepire verità al di fuori dell’autorità.”

Siamo degni di ricordare Pasolini, in questo momento? L’Università Bicocca di Milano ha annullato un corso su Fëdor Dostoevskij, per evitare polemiche (dicono loro) vista la situazione in Ucraina. La risposta sta in questa decisione. Non ne siamo degni, ma ci proviamo lo stesso. Proviamo per un attimo a farci raccontare da lui, chi siamo: “Lascio gli enormi lidi di Catania, è notte, giungo a Lentini. Scendo per la cena: ma lì un profumo di limoni, una luna grossa come non l’ho mai vista, della gente che non aspetta altro che parlare, mi arresta. Fino dopo mezzanotte non mi so decidere a lasciare i nuovi amici che mi sono fatto, che mi salutano come ci conoscessimo da anni”.


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